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Have You Heard The Nuclear News?
Mi trovo costretto a scrivere nuovamente di energia. E credetemi, la cosa non mi da alcun piacere. Anzi. Ogni volta affrontare l’argomento è per me un’autentica tortura, dato che non ho alcuna frenesia di immettermi in un dibattito ormai fuori controllo. Su questo, al pari di tanti altri argomenti, ormai ciascuno si ritiene qualificato a dare la propria opinione; e come spesso accade, la realtà è ben diversa.
E’ notizia di ieri che Barack Obama ha dato la propria benedizione alla costruzione di due nuovi reattori nucleari in Georgia, oltraggiando una larga fetta di ambientalisti oltranzisti che lo avevano sostenuto: negli Stati Uniti non si costruivano nuovi impianti nucleari dal 1970. I due nuovi reattori saranno comunque in ottima compagnia, visto che in questo momento nel mondo altri 56 sono attualmente in costruzione, 21 dei quali in Cina; essi si aggiungeranno ai 436 attualmente operativi in oltre trenta paesi del mondo. Lungi dall’essere una fonte energetica morta e sepolta, come alcuni si erano affrettati a proclamare, il nucleare si riconferma protagonista nel panorama energetico e promette di fare parlare ancora molto di sè.
La strategia americana è, peraltro, perfettamente coerente con l’obiettivo dichiarato di perseguire un mix di fonti energetiche che garantisca, a lungo termine, un significativo abbattimento delle emissioni di gas serra. Obama ha infatti voluto rimarcare che “il nucleare non è di destra nè di sinistra, e rimane la maggiore fonte di energia che non produce emissioni inquinanti”.
Ora, la mia posizione sul nucleare, sostenuta decine di volte in dibattiti più o meno ufficiali, è nota e deriva dalla mia esperienza di tecnico e ricercatore nel ramo degli impianti nucleari. Essa è più o meno riassumibile in queste dieci righe tratte da un articolo che scrissi un paio di anni fa. Anche se ormai ho abbandonato la ricerca e cambiato area di specializzazione, le mie opinioni di allora rimangono valide (ed attuali) ancora oggi.
Nessuno di noi è sorpreso che “il problema delle scorie non sia stato risolto”. L’energia elettrica apporta benessere e migliora la qualità della vita, ma generarla ha un prezzo in termini ambientali: per esempio, bruciando carbone e gas naturale immettiamo nell’atmosfera inquinanti gassosi (SOx, NOx, diossine, benzene, composti aromatici), dei quali nessuno pare preoccuparsi granchè, e contribuiamo all’inquinamento termico dei corsi d’acqua. Gli impianti idroelettrici, dal canto loro, hanno un impianto ambientale enorme. Solare termico e fotovoltaico sono indubbiamente virtuosi e da incentivare (io stesso ho fatto installare in casa pannelli fotovoltaici), ma difficilmente nei prossimi cinquant’anni saranno in grado di fornire quote consistenti di energia. Naturalmente, le centrali elettronucleari generano scorie, nel caso non lo sapeste. Quello che nessuno vi dice, però, è che le scorie, se correttamente gestite, hanno impatto ambientale pressochè nullo. Nessun inquinante esce dalla ciminiera di una centrale nucleare, e chiunque si preoccupi del protocollo di Kyoto e dell’effetto serra dovrebbe esserne un fervente sostenitore.
Non esiste pertanto una singola ragione per cui un Paese moderno dovrebbe rinunciare al nucleare come parte integrante di un mix bilanciato di fonti energetiche. Esistono paesi di lunghissima tradizione nucleare (Stati Uniti, Giappone, Francia, Svizzera) che hanno un track record di eccellenza nella gestione delle scorie e nell’operare le centrali, il che ha consentito per decenni di produrre energia in modo costante, sicuro, affidabile e con un limitatissimo impatto sull’ambiente. Tanto che ancora oggi, Francia e Svizzera sono i paesi dell’area EU che hanno la migliore qualità dell’aria. Se fossi un ambientalista, questo mi starebbe molto a cuore.
Anche per questo motivo, ho sempre affermato che non avrei alcuna difficoltà a vivere di fianco ad una centrale nucleare, mentre non potrei tollerare di avere una centrale termoelettrica o un inceneritore ad un chilometro da casa. Questo perchè malgrado i moderni sistemi di abbattimento delle polveri e degli inquinanti, la quota di PM10 e IPA (idrocarburi policlici aromatici) presenti nei fumi e che non vengono trattenuti da filtri e abbattitori è comunque non trascurabile ed ha effetti rilevanti sulla salute umana.
Naturalmente, la situazione italiana costituisce ancora una volta un caso eccezionale. Il governo di centrodestra, guidato da Voi-Sapete-chi, è officialmente pro-nucleare, tanto da aver annunciato in pompa magna la costruzione di alcuni nuovi reattori in collaborazione con Areva e Westinghouse, facendo così rientrare l’Italia nel club dell’atomo. Al contempo, però, quasi tutti i governatori delle Regioni papabili per la costruzione degli impianti hanno opposto il loro secco niet. Di rimando, il governo si è ben guardato dall’annunciare i siti prima delle elezioni regionali, per evitare ripercussioni sul voto.
Ora, è noto che ci sono aree governate dall’opposizione i cui politici si sono in maggioranza opposti alla realizzazione di centrali sul territorio: Emilia-Romagna e Puglia, per citare due esempi. Ma che dire di quelle Regioni i cui politici pur sostenendo la necessità di realizzare centrali sul territorio nazionale, affermano che però esse non devono essere costruite sul loro territorio? Le motivazioni usate per coprire questa posizione incoerente e populista sono le più svariate.
Lombardo: “Faremo di tutto, ci batteremo, a costo di barricarci oltre lo Stretto per impedire che qualunque scelta includa la Sicilia. Su questo sono irremovibile.“
Formigoni: “In Lombardia siamo vicini all’autosufficienza quindi non c’é bisogno di centrali in questo momento.“
Zaia: “Il Veneto la sua parte l’ha già fatta con il rigassificatore al largo delle coste e con la riconversione a carbone di Porto Tolle. Da quel che ci dicono i tecnici, il nostro bilancio è positivo.“
Polverini: “In tempi rapidissimi il Lazio diventerà energeticamente autosufficiente e in pochi anni andrà addirittura in surplus, esportando energia verso altre regioni. Pertanto ritengo che nel Lazio non ci sia bisogno di installare nuove centrali nucleari.“
Palese: “La Regione già contribuisce in modo notevole alla produzione di energia e al fabbisogno energetico nazionale con centrali elettriche a Brindisi e Taranto. Non vi è quindi motivo né possibilità di realizzare una centrale nucleare in Puglia.“
Paura, eh?
Rimane dunque da capire dove le faremo, queste centrali. La mia opinione è che probabilmente non le faremo affatto, e tutto sommato sarà meglio così: lasciamo che paesi più avanzati e più sensibili di noi alle tematiche ambientali producano energia per fonte nucleare. Teniamoci piuttosto le nostre belle centrali a carbone e ad olio combustibile, inquiniamo allegramente l’atmosfera e continuiamo a sognare un futuro a base di fonti rinnovabili, sulle quali ci guardiamo bene dal dare il buon esempio installandole in casa nostra, just in case.
Con il vostro permesso, però, io credo toglierò il disturbo.
Inserito in Essere stronzi, Scienza
Etichette nucleare, obama, protocollo di Kyoto
Lezioni americane
Si tratta di alcune note modeste e disordinate tratte dal mio diario di viaggio.
Sono ritornato qui, in questa terra di estremi e contraddizioni, con ricordi sbiaditi di quasi otto anni e tutti gli stereotipi che una vita di propaganda e spot americani mi ha inculcato. Sono arrivato per scoprire, con un misto di orrore ed ammirazione che è tutto vero. Può sembrare strano, e di certo è straniante, ma la sensazione persistente che ho avuto per i primi giorni è stata precisamente quella di essere immerso in uno dei tanti film che sono stati girati in questa terra omogenea. Poi è subentrata una seconda e più consistente idea che è poi maturata in quello che penso a tutt’ora di questo paese, ovvero che si tratti di un enorme, spropositato, insensato, folle parco giochi per bambini. Non lo dico solo per gusto della metafora; in rapporto alle proporzioni uomo-strutture a cui siamo abituati in Europa, il paragone non è poi così azzardato: un terzo delle persone nello stesso spazio è circa la proporzione del mondo di un bambino rispetto a quello di un adulto.

L’America, questa disgustosa sineddoche, è finalmente rappresentata e determinata dai suoi abitanti. Capire coloro che hanno creato quella che si è involontariamente trovata ad essere la più grande potenza economica del mondo è fondamentale per capire come questa terra riesca ancora ad ispirare promesse. Per farlo bisogna, prima di tutto, tenere bene a mente quella curiosa serie di coincidenze che i vincitori amano chiamare storia (talvolta decorandosi con l’iniziale maiuscola) e che ha condotto dov’è oggi uno dei tanti figli tutto sommato spuri e derelitti della vecchia, nobile e sanguinaria Europa.
Ora ci si chieda: perché non esistono filosofi americani? Perché gli statunitensi sono così all’avanguardia nella tecnica? Perché un sistema che si è evoluto per duemila anni è sull’orlo del collasso dopo neanche un secolo di egemonia statunitense? Forse stupefacentemente, queste domande condividono la stessa risposta.
Mi sia concesso di divagare un istante con un esempio: com’è noto, un maestro di karate è capace di uccidere un uomo con il solo uso delle mani. Si tratta di una capacità acquisita in anni ed anni di costante sforzo personale da parte del futuro maestro per fare sue le tecniche di combattimento. Alla fine del processo queste tecniche gli appartengono come una proprietà: risiedono in lui e non sono trasferibili a meno di uno sforzo simile. Questo processo è nondimeno una disciplina che regolamenta naturalmente i limiti dell’uso di una capacità così pericolosa; in una parola, lo sforzo necessario ad imparare la disciplina crea nell’alunno la coscienza di essa.
L’opposto di questo processo è naturalmente la scienza, un corpus mastodontico di conoscenze ordinate che, al giorno d’oggi, ormai nessuno abbraccia più completamente. Tuttavia, pur in mancanza di una visione globale, l’ultimo arrivato è in grado di far progredire la disciplina perchè tutto quello che deve fare è comprendere passivamente quello che ha portato allo status quo (che è per necessità sempre cristallino e comprensibile: i linguaggi formali servono proprio a questo) ed elaborare qualche nuovo mattoncino. Newton fotografò esattamente questo processo con un’immagine immortale quando disse che potè “vedere più in la di tutti gli altri” (leggi, trarre dalla matematica del tempo le conclusioni naturali che oggi chiamiamo calcolo infinitesimale) perché salì “sulle spalle dei giganti”.
Ognuna delle domande precedenti, allora, ammette una spiegazione in questi termini: gli europei stanno agli statunitensi come le arti marziali stanno alle scienze. Non esistono filosofi americani di un certo spessore perché non c’è ancora abbastanza sedimento che consenta a questa civiltà ancora troppo nuova di poter dire qualcosa, e tantomeno qualcosa di nuovo: la filosofia presuppone una storia che inizi un po’ prima dell’altroieri. Perché siano ottimi scienziati, al contrario, dovrebbe essere ora evidente. E perché il mondo sia degenerato è presto detto: il capitalismo è un delicato insieme di equilibri che si è venuto a sviluppare in Europa a valle di una serie di progressi che sono columinati nella cosiddetta rivoluzione industriale. Quando gli USA si sono trovati in una posizione economica involontariamente dominante, dalla prima guerra mondiale in poi (grande depressione inclusa), hanno applicato la loro mentalità di plastica ad un giocattolo che doveva essere usato con molta cura, con gli esiti che oggi vediamo. Grazie anche ad una spropositata disponibilità di risorse naturali, l’applicazione estrema e forsennata del modello economico capitalista ha reso gli Stati Uniti sempre più ricchi e sempre più potenti, in un circolo vizioso che è una tendenza naturale del capitalismo (la concentrazione della ricchezza, il monopolio) e che originariamente sarebbe dovuto essere regolato e smorzato da tutta una serie di pesi e contrappesi che la disciplina di sviluppo in Europa aveva prodotto. Gli Stati Uniti sono precisamente i loro abitanti: bambini con le pistole.
Per questo motivo qui le possibilità sono virtualmente illimitate per chiunque riesca a calarsi nella mentalità a tratti perversa che sottende a questo stato: la libertà sopra tutto, a qualunque prezzo e a scapito di chiunque si metta sulla sua strada. L’America è sacra, l’America è grande, il resto del mondo può andare a farsi fottere. È appunto la mentalità dei bambini, che sono strutturalmente incapaci di vedere oltre il loro piccolo, egocentrico, semplice mondo. Così qui la cultura dello spreco, che è certamente la cosa che mi urta di più, non è solo naturale, ma è addirittura l’ingranaggio principale del sistema. Come i bambini, gli americani non vogliono fare sforzi e vogliono potersi ingozzare delle peggiori porcherie ogni volta che ne sentono la voglia (non il bisogno: la voglia). Come i bambini, amano le cose grandi, che date le proporzioni declinate prima, diventano enormi, colorate e brillanti (qualcuno ha mai sentito parlare di Las Vegas?).
Come i bambini, lo ripeto, sono pigri. Hanno i drive-in per poter ingollare qualunque cibo senza dover fare la somma fatica di scendere dall macchina. Le automobili, in effetti, sono loro stesse un paradigma della filosofia statunitense: bigger is better. Non c’è nessuno sforzo di ingegno: una macchina due volte più potente di un’altra avrà semplicemente un motore due volte più grande. Cercare di spiegare la sottile arte ingegneristica che permette ad una Porsche di produrre il doppio della potenza in un quarto dello spazio e dei consumi è come spiegare il verde ad un cieco: l’americano non solo non capisce, ma non ha nemmeno la necessità (quindi, ancora, la possibliltà) di capire, visto che il carburante costa poco e l’intero paese è costruito a misura di automobile.
Danno alle loro città i nomi delle loro madri europee, e non solo perché non hanno fantasia, ma soprattutto per sperare vanamente di esserne all’altezza. Pronunciano una lingua non loro trascinando le lettere come si parlerebbe da appena svegliati. Si appellano ad un nazionalismo fanatico e ottuso, osessionato dalla coonstitootion, e scalpitano come forsennati per provare che le loro radici sono salde.
Come i bambini, amano accumulare e non perdonano nulla. La pietà è un sentimento loro alieno, e così chi ha la forza e le risorse per farcela fino in fondo ha la strada spianata per farlo, chi invece inciampa e cade può solo sperare di riuscire a raggiungere il marciapiede senza essere schiacciato. Questo è il prodotto che è stato abilmente pubblicizzato come “sogno americano”; per quanto mi riguarda ha più i contorni dell’incubo.
Come i bambini, hanno una visione distorta e spesso irrealistica delle cose importanti e non importanti; hanno patologicamente bisogno di idoli e immagini immediate: la loro spiritualità precotta e giocosa (vedi le filiali americane della Chiesa) ne è un esempio. Il “New Deal“, un altro (un concetto complesso veicolato da un’immagine semplice inventata da un politico abile). Come i bambini, sono esseri umani poco complessi ed adorano le cose facili, immediate, superficiali, ed è a questo che si deve il loro successo.
Gli Stati Uniti d’America amano molto definirsi vanagloriosamente “la più grande democrazia del mondo”, e quasi tutti quelli che non si sono mai disturbati ad andare a vedere le cose da vicino sono d’accordo; il problema, comunque, è semantico. Per tutti i motivi appena visti, gli USA non hanno nulla a che vedere con quel faticoso, contorto e vitale risultato dell’evoluzione politica europea che si chiama “democrazia”, ma sono sono certamente “la più grande democrazia del mondo” se per “democrazia” si intende invece una goffa e decontestualizzata imitazione di esso, quel fenomeno per cui tra trecento milioni di persone, un popolo elegge George Bush come suo rappresentante (due volte), o qualcosa a cui è lecito sacrificare la foresta amazzonica, una cultura millenaria, la storia e l’orgoglio.
Inserito in Fenomenologie, Politica, Scienza, Viaggio
Etichette Europa, new deal, occidente, Scienza, sogno americano, USA
Über die Linie
Negli anni in cui ero gloriosamente ateo, il mio molteplice credo erano le scienze e le matematiche; com’è noto, queste possono favorire aspirazioni atroci o sublimi, ma quasi mai banali. La mia personale aspirazione era finalmente contenuta nel mio fermo dichiararmi α-θεός: affermavo la predominanza della ragione, e la non esistenza di un dio postulato. Mentirei se dicessi che oggi non sono ancora intimamente convinto di questo dubitabile fatto, ma nel frattempo certi orizzonti insospettati hanno insinuato dei dubbi tra questi principi granitici. Questi dubbi si sono risolti in agnosticismo.
Non credo però di aver mai commesso il facile errore di sostituire le scienze alla religione: ero troppo orgoglioso della mia mancanza di dogmi. Mi è stato obbiettato che ciò presuppone un dogmatismo intrinseco; questa considerazione ammette molteplici risposte, tutte in forme simili a quelle degli argomenti di Berkeley (che “non ammettono alcuna confutazione, ma non suscitano il minimo convincimento”, secondo Hume), in virtù del fatto che è sostanzialmente vera. Dopo i sofismi, la mia soluzione è stata la dialettica: cercare di capire cosa dev’essere messo in discussione e cosa no, dove giace la linea di demarcazione, dove stia la virtù. Si dimostra il fatto “documentabile ed elementare” che Aristotele, ancora una volta, aveva ragione.
La virtù sta nel mezzo, tra l’ipse dixit e la pars destruens. Esistono dei pilastri (il linguaggio, l’aritmetica, la ragione pura, il sublime) che non respingono la discussione, ma anzi ne vengono corroborati: la scienza è uno di questi, ma per qualche motivo sembra essersi placato il grande dibattito attorno alle sue fondamenta e, parzialmente, attorno al suo ruolo. Un tale esercizio, interrogarsi sulla natura della scienza ed evidenziare un problema, è quello che mi propongo.
I risultati intossicanti di un metodo che permette di soggiogare la realtà a forme astratte possono promuovere facilmente ambizioni universali. Esiste un problema riguardo la natura del pensiero scientifico a cui avevo già fatto marginalmente cenno, ovvero la sua strutturale mancanza di regolamentazione. In altre parole: è lecito scoprire tutto? Esiste una linea oltre cui non è giusto spingersi? “Sunt certi denique fines quos ultra citraque nequit consistere rectum”?
Ho passato lunghe ore a perorare sulla libertà intrinseca della conoscenza; l’argomento suonava piuttosto semplice e distingueva, con un po’ di orgogliosa arroganza, tra scienza e tecnica. Sono ancora convinto della sostanziale bontà di tale argomento: la conoscenza non deve avere limiti, ma certe sue applicazioni vanno bandite. Tuttavia questo lieve ragionare non tiene conto né dell’antropologia, né dell’universo.
Prenderò ad esempio un coltello e la fissione nucleare. Di entrambi è nota la duplice natura di strumento ed arma. E’ necessario, per apprezzare appieno le differenze tra le due cose, capire che esse appartengono ad ordini di grandezza diversi. Sono molto piccoli gli intervalli di valori in cui la nostra vita è possibile: una variazione di un centinaio di gradi centigradi verso l’alto o il basso nella temperatura del pianta sarebbe sufficiente per annientare verosimilmente tutte le forme di vita, ma sarebbe una fluttuazione molto meno che insignificante per la media della scala cosmica. Più in generale, la nostra capacità di agire nel mondo si può misurare in termini di ampiezza di questi intervalli: intuisco una correlazione positiva tra la loro estensione e il progresso (una tuta ignifuga estende considerevolmente la gamma di temperature in cui un corpo umano può sopravvivere).
Il coltello rappresenta l’antropologia, ovvero è uno strumento di cui conosciamo ogni declinazione perché appartiene esattamente al nostro range: tutti sappiamo perfettamente cosa aspettarci da un coltello ed esso può vivere con noi. La fissione nucleare, invece, si situa su scale mediamente molto distanti da quelle su cui siamo abituati a vivere, ad esempio in termini di temperatura, emissioni gamma, eccetera. Credo che la linea di demarcazione corra qui in mezzo.
Recentemente mi sono imbattuto nel video di una delle prime esplosioni nucleari artificiali; diversamente da altre volte, prima di potermi soffermare sul lato scientifico e dilettevole di quelle immagini, mi ha folgorato un pensiero atroce. Mentre una palla incontrollabile di uranio ed energia spianava le poche asperità del deserto del New Mexico, non ho potuto fare a meno di chidermi se non ci fossimo spinti troppo in la, se questo giocare con le formule e la realtà sia, prima ancora che lecito, giusto. Un tempo si sarebbe detto “giocare con il fuoco”; i tempi sono cambiati, la tecnica si è evoluta, ma il concetto è ancora perfettamente valido.
Non mi si mal interpreti: ho piena fiducia nella scienza e in essa ripongo innumerevoli speranze. Tuttavia è negli uomini che non ho fiducia, nella tecnica e nella cupidigia. Cercare di identificare la linea è un processo che porta naturalmente al nichilismo (non a caso ho voluto intitolare questo disordinato intervento con lo stesso titolo che Heidegger e Jünger dettero ad un ordinato scambio di vedute sul nichilismo) o ad un’etica inattuabile.
La tendenza a giocare a fare dio è probabilmente uno degli aspetti meno revocabili della natura umana. Sussistendo questo stato di cose, non vedo altra soluzione che il divieto.
Inserito in Scienza
Etichette antropologia, Aristotele, etica, Filosofia, fissione nucleare, Heidegger, Jünger, metodo scientifico, Scienza
