Un po’ come la lotteria a Babilonia o un piccolo mercato rionale, tutto era iniziato con una certa leggera innocenza. Poi gli utenti (i partecipanti) di The Facebook hanno iniziato a crescere ed è stato necessario rivedere qualche dettaglio minore (il nome, il marketing, il contraddittorio concetto di “privacy”), tuttavia l’Autorità, ancora in nuce, restava nell’ombra; tuttalpiù imponeva qualche cambiamento di tanto in tanto, ma mai nulla a cui non fosse facile rassegnarsi. C’è sempre una componente duplice nel potere: quello che potremmo chiamare il potere attuale, ovvero la possibilità formale di punire qualcuno (perché il potere è un’astrazione della violenza), e la deterrenza, ovvero la minaccia che la punizione possa applicarsi ad ognuno indistintamente. Il potere attuale dell’Autorità, allora, era sostanzialmente solo l’ostracismo.
Ho motivo di credere che, anche in questa prima fase, molti fossero consci della situazione e vi si sottoponessero volontariamente comunque: la propria vita virtuale per avere a portata di mano le vite virtuali di un decimo degli esseri umani di questo pianeta era un baratto in qualche modo attraente. Allora l’Autorità continuava a immagazzinare e trattenere dati come una spugna. Alcuni di essi erano osceni e venivano censurati; tuttavia questo tipo di intervento era di solito chirurgico e raro.
Il primo vero cambio di paradigma si ebbe quando fu concesso agli utenti di scaricare sui propri terminali i loro dati. La portata di questo evento non fu subito evidente: non si trattò, come erroneamente venne intesa, di un’apertura, quanto piuttosto della trasformazione di Facebook da database a servizio. Con una virata inaspettata vennero presto surclassati tutti i provider di servizi allora esistenti. L’Autorità controllava una parte consistente dell’informazione che veniva scambiata ogni giorno.
Il secondo cambio di paradigma di ebbe quando il primo utente pagò per ottenere dall’Autorità la certezza di esistere indefinitamente; a questo punto anche delle rudimentali classi sociali erano istituite, creando un nuovo livello di isomorfismo con la realtà. L’evoluzione in uno schema più complesso ed articolato fu cosa breve e accolta con giubilo.
Poi ci fu la censura. L’oppressione, nel mondo virtuale, coincide con la soppressione, che è anche troppo facile da perpetrare quando il mezzo di comunicazione è anche il fine della stessa. In un mezzo come Facebook la dittatura era una componente strutturale e l’Autorità iniziò a farne un uso soffice, ma irrimediabile.
La terza, e finale, rivoluzione, si ebbe quando l’Autorità si alleò con i governi per collegare l’account con l’identità. In questo modo il potere di ostracismo assunse tutto ad un tratto un nuovo significato, ovvero l’infinito potere di cancellare dalla comunità non tanto gli utenti, ma le persone. L’identità, e con essa le responsabilità, virtuale diventò una declinazione di quella reale. Oggi non c’è più alcuna differenza tra la rete sociale reale e quella virtuale: Facebook è il mondo e il mondo è Facebook, come in un orrendo incubo Hegeliano.
Ancora oggi non è affatto obbligatorio avere un account, come non è obbligatorio avere una carta di identità. Esistono degli apolidi, ma sono tenuti in misero conto. Gli outsider, quelli che si professavano contro la dittatura di Facebook fanno parte di una generazione che oggi non esiste più; per noi, semplicemente, non esiste una scelta, perché nessuno vuole veramente tornare nello stato di natura.
“Se non puoi combatterli, unisciti a loro.” Lavorare per l’Autorità è un privilegio riservato a pochi, ed ha lo stesso prestigio di cui godrebbe un parlamentare od un generale. Esistono anche rappresentanti di istanze locali, che sospetto abbiano l’unico ruolo di gettare umanità negli occhi dei cittadini. Ci sono anche le lotte di potere, i tentativi di scalare la vetta dell’Autorità; tutto però resta segreto e trasparente agli occhi degli utenti, al punto che alcuni addirittura insinuano che essa in realtà non esista.
