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Lezioni americane

Si tratta di alcune note modeste e disordinate tratte dal mio diario di viaggio.

Sono ritornato qui, in questa terra di estremi e contraddizioni, con ricordi sbiaditi di quasi otto anni e tutti gli stereotipi che una vita di propaganda e spot americani mi ha inculcato. Sono arrivato per scoprire, con un misto di orrore ed ammirazione che è tutto vero. Può sembrare strano, e di certo è straniante, ma la sensazione persistente che ho avuto per i primi giorni è stata precisamente quella di essere immerso in uno dei tanti film che sono stati girati in questa terra omogenea. Poi è subentrata una seconda e più consistente idea che è poi maturata in quello che penso a tutt’ora di questo paese, ovvero che si tratti di un enorme, spropositato, insensato, folle parco giochi per bambini. Non lo dico solo per gusto della metafora; in rapporto alle proporzioni uomo-strutture a cui siamo abituati in Europa, il paragone non è poi così azzardato: un terzo delle persone nello stesso spazio è circa la proporzione del mondo di un bambino rispetto a quello di un adulto.

L’America, questa disgustosa sineddoche, è finalmente rappresentata e determinata dai suoi abitanti. Capire coloro che hanno creato quella che si è involontariamente trovata ad essere la più grande potenza economica del mondo è fondamentale per capire come questa terra riesca ancora ad ispirare promesse. Per farlo bisogna, prima di tutto, tenere bene a mente quella curiosa serie di coincidenze che i vincitori amano chiamare storia (talvolta decorandosi con l’iniziale maiuscola) e che ha condotto dov’è oggi uno dei tanti figli tutto sommato spuri e derelitti della vecchia, nobile e sanguinaria Europa.

Ora ci si chieda: perché non esistono filosofi americani? Perché gli statunitensi sono così all’avanguardia nella tecnica? Perché un sistema che si è evoluto per duemila anni è sull’orlo del collasso dopo neanche un secolo di egemonia statunitense? Forse stupefacentemente, queste domande condividono la stessa risposta.

Mi sia concesso di divagare un istante con un esempio: com’è noto, un maestro di karate è capace di uccidere un uomo con il solo uso delle mani. Si tratta di una capacità acquisita in anni ed anni di costante sforzo personale da parte del futuro maestro per fare sue le tecniche di combattimento. Alla fine del processo queste tecniche gli appartengono come una proprietà: risiedono in lui e non sono trasferibili a meno di uno sforzo simile. Questo processo è nondimeno una disciplina che regolamenta naturalmente i limiti dell’uso di una capacità così pericolosa; in una parola, lo sforzo necessario ad imparare la disciplina crea nell’alunno la coscienza di essa.

L’opposto di questo processo è naturalmente la scienza, un corpus mastodontico di conoscenze ordinate che, al giorno d’oggi, ormai nessuno abbraccia più completamente. Tuttavia, pur in mancanza di una visione globale, l’ultimo arrivato è in grado di far progredire la disciplina perchè tutto quello che deve fare è comprendere passivamente quello che ha portato allo status quo (che è per necessità sempre cristallino e comprensibile: i linguaggi formali servono proprio a questo) ed elaborare qualche nuovo mattoncino. Newton fotografò esattamente questo processo con un’immagine immortale quando disse che potè “vedere più in la di tutti gli altri” (leggi, trarre dalla matematica del tempo le conclusioni naturali che oggi chiamiamo calcolo infinitesimale) perché salì “sulle spalle dei giganti”.

Ognuna delle domande precedenti, allora, ammette una spiegazione in questi termini: gli europei stanno agli statunitensi come le arti marziali stanno alle scienze. Non esistono filosofi americani di un certo spessore perché non c’è ancora abbastanza sedimento che consenta a questa civiltà ancora troppo nuova di poter dire qualcosa, e tantomeno qualcosa di nuovo: la filosofia presuppone una storia che inizi un po’ prima dell’altroieri. Perché siano ottimi scienziati, al contrario, dovrebbe essere ora evidente. E perché il mondo sia degenerato è presto detto: il capitalismo è un delicato insieme di equilibri che si è venuto a sviluppare in Europa a valle di una serie di progressi che sono columinati nella cosiddetta rivoluzione industriale. Quando gli USA si sono trovati in una posizione economica involontariamente dominante, dalla prima guerra mondiale in poi (grande depressione inclusa), hanno applicato la loro mentalità di plastica ad un giocattolo che doveva essere usato con molta cura, con gli esiti che oggi vediamo. Grazie anche ad una spropositata disponibilità di risorse naturali, l’applicazione estrema e forsennata del modello economico capitalista ha reso gli Stati Uniti sempre più ricchi e sempre più potenti, in un circolo vizioso che è una tendenza naturale del capitalismo (la concentrazione della ricchezza, il monopolio) e che originariamente sarebbe dovuto essere regolato e smorzato da tutta una serie di pesi e contrappesi che la disciplina di sviluppo in Europa aveva prodotto. Gli Stati Uniti sono precisamente i loro abitanti: bambini con le pistole.

Per questo motivo qui le possibilità sono virtualmente illimitate per chiunque riesca a calarsi nella mentalità a tratti perversa che sottende a questo stato: la libertà sopra tutto, a qualunque prezzo e a scapito di chiunque si metta sulla sua strada. L’America è sacra, l’America è grande, il resto del mondo può andare a farsi fottere. È appunto la mentalità dei bambini, che sono strutturalmente incapaci di vedere oltre il loro piccolo, egocentrico, semplice mondo. Così qui la cultura dello spreco, che è certamente la cosa che mi urta di più, non è solo naturale, ma è addirittura l’ingranaggio principale del sistema. Come i bambini, gli americani non vogliono fare sforzi e vogliono potersi ingozzare delle peggiori porcherie ogni volta che ne sentono la voglia (non il bisogno: la voglia). Come i bambini, amano le cose grandi, che date le proporzioni declinate prima, diventano enormi, colorate e brillanti (qualcuno ha mai sentito parlare di Las Vegas?).

Come i bambini, lo ripeto, sono pigri. Hanno i drive-in per poter ingollare qualunque cibo senza dover fare la somma fatica di scendere dall macchina. Le automobili, in effetti, sono loro stesse un paradigma della filosofia statunitense: bigger is better. Non c’è nessuno sforzo di ingegno: una macchina due volte più potente di un’altra avrà semplicemente un motore due volte più grande. Cercare di spiegare la sottile arte ingegneristica che permette ad una Porsche di produrre il doppio della potenza in un quarto dello spazio e dei consumi è come spiegare il verde ad un cieco: l’americano non solo non capisce, ma non ha nemmeno la necessità (quindi, ancora, la possibliltà) di capire, visto che il carburante costa poco e l’intero paese è costruito a misura di automobile.

Danno alle loro città i nomi delle loro madri europee, e non solo perché non hanno fantasia, ma soprattutto per sperare vanamente di esserne all’altezza. Pronunciano una lingua non loro trascinando le lettere come si parlerebbe da appena svegliati. Si appellano ad un nazionalismo fanatico e ottuso, osessionato dalla coonstitootion, e scalpitano come forsennati per provare che le loro radici sono salde.

Come i bambini, amano accumulare e non perdonano nulla. La pietà è un sentimento loro alieno, e così chi ha la forza e le risorse per farcela fino in fondo ha la strada spianata per farlo, chi invece inciampa e cade può solo sperare di riuscire a raggiungere il marciapiede senza essere schiacciato. Questo è il prodotto che è stato abilmente pubblicizzato come “sogno americano”; per quanto mi riguarda ha più i contorni dell’incubo.

Come i bambini, hanno una visione distorta e spesso irrealistica delle cose importanti e non importanti; hanno patologicamente bisogno di idoli e immagini immediate: la loro spiritualità precotta e giocosa (vedi le filiali americane della Chiesa) ne è un esempio. Il “New Deal“, un altro (un concetto complesso veicolato da un’immagine semplice inventata da un politico abile). Come i bambini, sono esseri umani poco complessi ed adorano le cose facili, immediate, superficiali, ed è a questo che si deve il loro successo.

Gli Stati Uniti d’America amano molto definirsi vanagloriosamente “la più grande democrazia del mondo”, e quasi tutti quelli che non si sono mai disturbati ad andare a vedere le cose da vicino sono d’accordo; il problema, comunque, è semantico. Per tutti i motivi appena visti, gli USA non hanno nulla a che vedere con quel faticoso, contorto e vitale risultato dell’evoluzione politica europea che si chiama “democrazia”, ma sono sono certamente “la più grande democrazia del mondo” se per “democrazia” si intende invece una goffa e decontestualizzata imitazione di esso, quel fenomeno per cui tra trecento milioni di persone, un popolo elegge George Bush come suo rappresentante (due volte), o qualcosa a cui è lecito sacrificare la foresta amazzonica, una cultura millenaria, la storia e l’orgoglio.

Alternativamente, euchessina

Da piccoli prendevate mai l’euchessina? A me piaceva moltissimo perchè sapeva di cioccolato, poi però passavo pomeriggi interi rinchiusa in bagno a cagare anche l’anima; a quindici anni di distanza, mia madre continua beffarda a sfottermi.

La dolce euchessina può essere tranquillamente paragonata ai cosiddetti bipeducci alternativi di oggi, che sembrano deambulare senza sosta tra le zone universitarie italiane: sembrano buoni, in realtà fanno solo cagare.

Solitamente si presentano come personaggi vestiti d’amore e di canapa, di muschio verde e coscienza politica. L’igiene è un must al contrario, si tende a preferire il risparmio d’acqua a favore dell’ampliamento del buco dell’ozono favorito dal puzzo ascellare insistente.

La vestizione dell’alternativo mi ricorda il reggae gelido dei Police: per quanto si sforzino di fare qualcosa di decente, proprio non ce la possono fare. È più forte di loro.

Così ci ritroviamo davanti a questa zuppa ortolana zompettante che accosta i colori più smorti e improbabili ai tessuti più tristi e consumati.

Gli accessori dell’alternativo sono il tabacco sciolto, le cartine, l’ipod da 200 euri, il sacco di canapa arancione/verde oliva/violetto, una trentina di fili legati attorno ai polsi e nominati in qualità di braccialetti dal profondo valore affettivo e spirituale, varia erbetta vagamente identificabile. Ah, non dimentichiamoci i dread. In presenza di un alternativo, vi sconsiglio vivamente di chiamare i suoi capelli annodati “rasta”: potreste venire catalogati come fascisti ignoranti che snobbano la giamaica, bob marley e la maria. Roba da non dormire la notte.

L’alternativo si sforza di avere delle idee politiche, che sono di sinistra perchè sì.

L’alternativo è ambientalista, a parte per quelle all star col pelo di orso polare che tengono così caldo a gennaio, quando si alza il termostato verso i venticinque gradi perchè la canapa si sa, è primaverile.

L’alternativo è politicamente attivo e cerebralmente inattivo, soprattutto nell’ambito dei diritti umani. Spesso è tesserato e iscritto a una decina di associazioni di volontariato e attivismo, dove combatte ogni tipo di discriminazione razziale, sessuale, religiosa.

Si ritrova spesso con i suoi amici per offendere i cattolici, gli etero (se sei alternativo devi essere bi) e i caucasici. Così, per sport.

L’alternativo può ricorrere a metodi estremi pur di ostentare il suo essere environmentally friendly, come ad esempio sciogliere tutte le saponette presenti in casa in acqua calda ed usare la frattaglia per lavare l’amata canapa (ovvero, per non spendere quei tre euro di detersivo).

L’alimentazione dell’alternativo è internazionale, biologica e speziata. Se scaduta, ancora meglio.

La cucina dell’alternativo è essenziale e casuale, le cibarie vengono accostate a seconda del colore e della forma, un po’ come il gioco delle forme da inserire nel cubo che utilizzano gli infanti.

L’alternativo conosce perfettamente l’inglese, ma non riesce davvero a capire perchè abbia fallito per la terza volta il PET. Sarà colpa di Bill Gates, o della regina Elisabetta.

L’alternativo compra l’internazionale e sfoglia le immagini; quando si sente mentalmente pronto, ne può addirittura leggere le didascalie.

In fondo, tenersi un alternativo attorno perchè fa figo è come prendere l’euchessina perchè sa di cioccolato: una cagata pazzesca.