Archivio delle Categorie: Essere stronzi

Favoletta

Faccio un’Università uguale a mille altre, nel senso che il mio corso di laurea non mi porterà mai ad avere un sapere specifico e specialistico su nulla (quello me lo devo costruire da sola, come già accennavo qui). Cerco di non lamentarmi, il più delle volte, ma è difficile non sentirsi frustrati perché quello che mi manda avanti è solo il pensiero che ho bisogno di un pezzo di carta in più, che in teoria mi dovrebbe aprire maggiori prospettive per il futuro. Certi giorni, però, mi sembra incredibilmente inutile. È tutto fermo, immobile, congelato. Mi sento come se l’unica cosa che conta veramente a questo mondo sia la percentuale di fortuna che governa la vita: aspettare la botta di culo, l’incontro voluto dal Fato, pare l’unica soluzione. In sostanza, credere che un giorno o l’altro si vincerà al Superenalotto, o che magari s’innamori di te un famoso editore che allora ti sistema per la vita, ha più senso che sgobbare sui libri. Lampeggia davanti ai miei occhi la scritta “Merito: wanted, dead or alive”.

Quest’ultimo sfogo deriva dal paradosso in cui mi trovo a confrontarmi, da quando ho iniziato questa laurea specialistica, della ricerca di uno stage. Badate bene, uno stage, non un lavoro che mi garantisca uno stipendio. Un tirocinio non retribuito (chi sono io, del resto, per osare chiedere un rimborso spese? Come mi permetto, così giovane, di pensare che quello che faccio possa essere misurabile in termini economici?), che mi dovrebbe insegnare qualcosa, grazie al quale dovrei aumentare la mia esperienza, che dovrebbe ampliare il mio curriculum. Non mi fanno fare nemmeno quello, e questo perché, nella mia Università, non ti garantiscono quel minimo di copertura assicurativa che ti permetta di prendere aria per un paio di mesi, e fare concretamente qualcosa. All’Ufficio Tirocini mi è stato detto che potrò farlo solo quando avrò finito tutti gli esami, perché ora mi devo poter concentrare solo su quelli, e soprattutto perché, nel caso in cui abbia delle prospettive di assunzione nell’azienda in cui faccio il tirocinio, non dovrei rinunciare solo perché devo ancora finire l’Università.

Bene, sta di fatto che in questo modo sto letteralmente con le mani in mano per la maggior parte del tempo, visto che lo studio occupa una percentuale esigua delle mie giornate. E il livello della mia preparazione si abbassa sempre di più, non mi sento mentalmente stimolata e mi aggrappo con tutte le mie forze alle mie passioni, cercando di darmi, da sola, quella formazione che chi di dovere non mi dà.

Pornofiction monarchica pre-coito

Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia si sveglia di colpo. Non si ricorda niente. Non riconosce la stanza. Non ci sono arazzi, stucchi né lampadari a forma di caschi di banane; no, decisamente non è nella sua cameretta. Si stropiccia gli occhi e si rende conto che a fianco a lui, sul letto, c’è una donna. Non si ricorda nulla e per quanto si sforzi non riesce proprio a capire cosa ci faccia nel letto di una manza sovrappeso. Di certo non l’ha mai vista in vita sua. A forza di pensare, tutto quello che ottiene è peggiorare il mal di testa; allora tira fuori dalla tasca del suo completo (i principi dormono vestiti di tutto punto) un pacchettino di olive Saclà ed inizia a divorarle, facendo un suono come quello di un principe maleducato che sbrana tante piccole olive indifese in una situazione inappropriata.

Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia viene colpito da una riflessione. Alzando gli occhi, nota che c’è uno specchio sopra il letto. La riflessione lo colpisce talmente tanto che non riesce a trattenersi dal sorridersi sornione e dal pensare “Per me stesso, se solo potessi essere qualcun altro e scoparmi!“. Non fa in tempo a finire il pensiero, che la ragazza si volta nel letto, chiaramente sveglia, e lo strattona. Lentamente, sfoderando il suo migliore sorriso, Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia si gira. Non può crederci. La ragazza dalle forme prosperose è lui stesso; è una donna con il suo viso. Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia non può crederci.

Ciao…” sussurra lei sensuale, con la voce di Daniele Luttazzi.
Ciao…” sussurra lui, eccitato.
Ieri sera è stato… wooow!”
Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia sorride, imbarazzato perché non si ricorda un cazzo di niente.
Sei stato una vera sorpresa. Non me lo sarei mai aspettato!
Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia gongola.

Nell’atto di gongolare, Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia si rende conto che le coperte del letto sono tutte sporche di giulianone. La misteriosa ragazza con la sua faccia lo fissa. Lui non riesce a togliere gli occhi dalle macchie sulle lenzuola. La ragazza con la voce di Luttazzi è in attesa di qualcosa, ma lui non sa cosa. “Dài, ragiona, Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia. Puoi farcela.” si dice. Nel dubbio, le sussurra “ti amo“. Lei non sembra molto soddisfatta. Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia si rende conto di essere intrappolato in un dubbio amletico: olive saclà o sesso anale? Cosa vorrà mai la ragazza? Nel dubbio, ancora una volta, un Principe dimostra sempre di saper scegliere il sesso anale.

Questa cosa mi ricorda quella volta in cui mio padre ammazzò un giornalista a sangue freddo mentre io ero nella mia cameretta a farmi una sega. O anche quella volta in cui quello sguattero mi chiamò Emanuele Umberto Reza Ciro Maria Filiberto di Savoia. Senza il René. Col cazzo che mi sono girato. Stupido Ciampi.

Così Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia afferra la ragazza, la bacia violentemente, immaginando di baciare sé stesso. E’ inebriato. Improvvisamente, nel mezzo di un bacio mozzafiato, la volta e la penetra senza tanti complimenti. Lei prima fa la ritrosa. Poi sembra rassegnarsi. Poi tutto diventa una tripudio di piacere perverso, sporco e sanguinolento. Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia la possiede con il tipico sguardo che suo padre gli rivolgeva ogni volta che vedeva il Quirinale: “Un giorno, figlio mio, ci faremo fare una legge da Berlusconi in modo che tutto questo sarà di nuovo nostro”. Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia viene mentre Pupo e Luca Canonici, che dormivano su una brandina lì a fianco, cantano il ritornello di “Italia amore mio”. La ragazza sviene, soddisfatta. Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia fa l’occhiolino a Pupo, che per ricambiare infila la lingua in bocca a Canonici.

Ma chi è questa?” – chiede Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia con tutta l’eleganza di cui è capace un principe il cui membro è ancora sporco della ragazza in questione.
“Non lo so. Ieri sera ha detto di chiamarsi Decenza, prima che la stuprassimo.” – Risponde Pupo
Tutti e tre?” – chiede ancora Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia.
No, eravamo in tanti. Poi tu hai fatto una balla di olive saclà e sei svenuto sul pavimento. Una ragazza chiamata Italia, se non ricordo male, ti ha raccolto, ti ha portato in questa camera dove Decenza stava già dormendo e tu per ringraziarla l’hai stuprata di nuovo.”  - ricorda Canonici.
Beh, io sono contento così. Essere arrivato qui è già un risultato.” – Commenta Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia.

Stacco. Le luci si accendono.

Antonella Clerici: “Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia, Pupo e Luca Canonici in “Italia Amore Mio”. Che grande performance! Ma è un piatto di trofie al pesto, quello?! Pubblicità!

Have You Heard The Nuclear News?

Mi trovo costretto a scrivere nuovamente di energia. E credetemi, la cosa non mi da alcun piacere. Anzi. Ogni volta affrontare l’argomento è per me un’autentica tortura, dato che non ho alcuna frenesia di immettermi in un dibattito ormai fuori controllo. Su questo, al pari di tanti altri argomenti, ormai ciascuno si ritiene qualificato a dare la propria opinione; e come spesso accade, la realtà è ben diversa.
E’ notizia di ieri che Barack Obama ha dato la propria benedizione alla costruzione di due nuovi reattori nucleari in Georgia, oltraggiando una larga fetta di ambientalisti oltranzisti che lo avevano sostenuto: negli Stati Uniti non si costruivano nuovi impianti nucleari dal 1970. I due nuovi reattori saranno comunque in ottima compagnia, visto che in questo momento  nel mondo altri 56 sono attualmente in costruzione, 21 dei quali in Cina; essi si aggiungeranno ai 436 attualmente operativi in oltre trenta paesi del mondo. Lungi dall’essere una fonte energetica morta e sepolta, come alcuni si erano affrettati a proclamare, il nucleare si riconferma protagonista nel panorama energetico e promette di fare parlare ancora molto di sè.
La strategia americana è, peraltro, perfettamente coerente con l’obiettivo dichiarato di perseguire un mix di fonti energetiche che garantisca, a lungo termine, un significativo abbattimento delle emissioni di gas serra. Obama ha infatti voluto rimarcare che “il nucleare non è di destra nè di sinistra, e rimane la maggiore fonte di energia che non produce emissioni inquinanti”.
Ora, la mia posizione sul nucleare, sostenuta decine di volte in dibattiti più o meno ufficiali, è nota e deriva dalla mia esperienza di tecnico e ricercatore nel ramo degli impianti nucleari. Essa è più o meno riassumibile in queste dieci righe tratte da un articolo che scrissi un paio di anni fa. Anche se ormai ho abbandonato la ricerca e cambiato area di specializzazione, le mie opinioni di allora rimangono valide (ed attuali) ancora oggi.
Nessuno di noi è sorpreso che “il problema delle scorie non sia stato risolto”. L’energia elettrica apporta benessere e migliora la qualità della vita, ma generarla ha un prezzo in termini ambientali: per esempio, bruciando carbone e gas naturale immettiamo nell’atmosfera inquinanti gassosi (SOx, NOx, diossine, benzene, composti aromatici), dei quali nessuno pare preoccuparsi granchè, e contribuiamo all’inquinamento termico dei corsi d’acqua. Gli impianti idroelettrici, dal canto loro, hanno un impianto ambientale enorme. Solare termico e fotovoltaico sono indubbiamente virtuosi e da incentivare (io stesso ho fatto installare in casa pannelli fotovoltaici), ma difficilmente nei prossimi cinquant’anni saranno in grado di fornire quote consistenti di energia. Naturalmente, le centrali elettronucleari generano scorie, nel caso non lo sapeste. Quello che nessuno vi dice, però, è che le scorie, se correttamente gestite, hanno impatto ambientale pressochè nullo. Nessun inquinante esce dalla ciminiera di una centrale nucleare, e chiunque si preoccupi del protocollo di Kyoto e dell’effetto serra dovrebbe esserne un fervente sostenitore.

Non esiste pertanto una singola ragione per cui un Paese moderno dovrebbe rinunciare al nucleare come parte integrante di un mix bilanciato di fonti energetiche. Esistono paesi di lunghissima tradizione nucleare (Stati Uniti, Giappone, Francia, Svizzera) che hanno un track record di eccellenza nella gestione delle scorie e nell’operare le centrali, il che ha consentito per decenni di produrre energia in modo costante, sicuro, affidabile e con un limitatissimo impatto sull’ambiente. Tanto che ancora oggi, Francia e Svizzera sono i paesi dell’area EU che hanno la migliore qualità dell’aria. Se fossi un ambientalista, questo mi starebbe molto a cuore.
Anche per questo motivo, ho sempre affermato che non avrei alcuna difficoltà a vivere di fianco ad una centrale nucleare, mentre non potrei tollerare di avere una centrale termoelettrica o un inceneritore ad un chilometro da casa. Questo perchè malgrado i moderni sistemi di abbattimento delle polveri e degli inquinanti, la quota di PM10 e IPA (idrocarburi policlici aromatici) presenti nei fumi e che non vengono trattenuti da filtri e abbattitori è comunque non trascurabile ed ha effetti rilevanti sulla salute umana.
Naturalmente, la situazione italiana costituisce ancora una volta un caso eccezionale. Il governo di centrodestra, guidato da Voi-Sapete-chi, è officialmente pro-nucleare, tanto da aver annunciato in pompa magna la costruzione di alcuni nuovi reattori in collaborazione con Areva e Westinghouse, facendo così rientrare l’Italia nel club dell’atomo. Al contempo, però, quasi tutti i governatori delle Regioni papabili per la costruzione degli impianti hanno opposto il loro secco niet. Di rimando, il governo si è ben guardato dall’annunciare i siti prima delle elezioni regionali, per evitare ripercussioni sul voto.
Ora, è noto che ci sono aree governate dall’opposizione i cui politici si sono in maggioranza opposti alla realizzazione di centrali sul territorio: Emilia-Romagna e Puglia, per citare due esempi. Ma che dire di quelle Regioni i cui politici pur sostenendo la necessità di realizzare centrali sul territorio nazionale, affermano che però esse non devono essere costruite sul loro territorio? Le motivazioni usate per coprire questa posizione incoerente e populista sono le più svariate.
Lombardo: “Faremo di tutto, ci batteremo, a costo di barricarci oltre lo Stretto per impedire che qualunque scelta includa la Sicilia. Su questo sono irremovibile.
Formigoni: “In Lombardia siamo vicini all’autosufficienza quindi non c’é bisogno di centrali in questo momento.
Zaia: “Il Veneto la sua parte l’ha già fatta con il rigassificatore al largo delle coste e con la riconversione a carbone di Porto Tolle. Da quel che ci dicono i tecnici, il nostro bilancio è positivo.
Polverini: “In tempi rapidissimi il Lazio diventerà energeticamente autosufficiente e in pochi anni andrà addirittura in surplus, esportando energia verso altre regioni. Pertanto ritengo che nel Lazio non ci sia bisogno di installare nuove centrali nucleari.
Palese: “La Regione già contribuisce in modo notevole alla produzione di energia e al fabbisogno energetico nazionale con centrali elettriche a Brindisi e Taranto. Non vi è quindi motivo né possibilità di realizzare una centrale nucleare in Puglia.
Paura, eh?
Rimane dunque da capire dove le faremo, queste centrali. La mia opinione è che probabilmente non le faremo affatto, e tutto sommato sarà meglio così: lasciamo che paesi più avanzati e più sensibili di noi alle tematiche ambientali producano energia per fonte nucleare. Teniamoci piuttosto le nostre belle centrali a carbone e ad olio combustibile, inquiniamo allegramente l’atmosfera e continuiamo a sognare un futuro a base di fonti rinnovabili, sulle quali ci guardiamo bene dal dare il  buon esempio installandole in casa nostra, just in case.
Con il vostro permesso, però, io credo toglierò il disturbo.

Stronzi.

Ritornare in Italia è sempre un po’ morire. Fa un freddo stronzo, le carte di credito non vengono accettate per spese inferiori ad un mutuo, Berlusconi impazza a destra e a manca, la gente urla continuamente, e come se non bastasse, non si trova un caffé decente a pagarlo oro.

Raccolgo ciclicamente le mie impressioni su questo paese in questo blog, ed ogni volta devo constatare che sembra non esserci limite al peggio. Giusto questa sera, a poche ore dal mio rientro, accendo il TG5 (sì, me le vado a cercare) e mi ritrovo, nell’ordine: Berlusconi celebrato in veste di ambasciatore in medio oriente (Netanyahu: “Oh no, ci mancava solo Berlusconi. Senti, Abbas, facciamo finta di essere amici fin tanto che è qui, così se ne va presto e possiamo ricominciare a tirarci bombe, ok?” Abbas: “Ok.“), la madre di Berlusconi celebrata come salvatrice di ebrei nella seconda guerra mondiale, un missile con le cavie a bordo, lo smantellamento dello stato di diritto, la tossicodipendenza di Marco Castoldi, il dramma delle uova che sporcano a Carnevale. In quest’ordine.

Apro Google News e da esso apprendo dell’esistenza di un’applicazione per iPhone chiamata “iMussolini”, oltre al desiderio di Scajola di ritornare al nucleare e da tristemente poco sorprendenti sviluppi nell’indagine sulla morte di Stefano Cucchi.

Io ho ventitrè anni e sopra qualunque cosa, mi vergogno di essere Italiano. Sopra-ogni-cosa. Non c’è nulla di cui mi vergogni nelle scelte che ho fatto (a parte quel video porno con Lady Diana dopo l’incidente, ma non è questa la sede per discuterne, mamma), mentre trovo estremamente imbarazzante la mia forzata appartenenza ad uno stato che non ho scelto, né che sceglierei mai.

Il mio rigetto per questo paese ha raggiunto il punto in cui ho dovuto coprire il mio passaporto con una custodia. Non si sceglie la nazionalità, certo, ed è questo l’unico motivo per cui io sono ancora Italiano; non vedo un singolo motivo per cui chiunque dovrebbe desiderare essere paragonato alla massa di stronzi che siete.

Sì, parlo a voi, per una volta. Perché qui, quando si deve dire qualcosa di vagamente offensivo, lo si fa sempre in termini astratti, di modo da non offendere mai veramente nessuno. Beh, io non mi posso vergognare del concetto astratto di “Italia”, perché è stupido quanto gli stereotipi che su di esso sono stati ricamati. Non mi vergogno, parimenti, nemmeno del concetto geografico di “Italia”, perché non avrebbe alcun senso.

Io mi vergogno di voi, branco di stronzi. Mi vergogno della vostra colpevole stupidità, della vostra ignoranza, della vostra santimonia e del vostro compiaciuto essere piccolo-borghesi. Berlusconi l’avete votato voi, e ve lo meritate. Bersani l’avete voluto voi, e ve lo meritate. Tutta questa pastosa e puzzolente massa di merda che chiamate “Italia” è la celebrazione di quello che siete: stronzi.

Avete fatto l’Italia a vostra immagine e somiglianza, perché siete tutti furbetti, perché non pagate il biglietto del treno o le tasse, perché superate la gente in coda o perché “la mafia non esiste”. Siete pigri, ignoranti e tutto quello che volete fare è tornare a casa la sera, da una moglie che non vi scopate e che avete sposato perché tutti fanno così, a guardare la televisione e drogarvi del pensiero comune. Siete drogati, maldestri e patetici. Avete smesso di pensare, avete smesso di leggere, avete smesso di fare qualunque cosa implichi usare il cervello. Oh, ma a voi pare di no, ovviamente, perché discutere al Bar Sport vi pare un’attività intellettualmente stimolante. Reality check: no. Sapete discutere solo nei termini che vi vengono forniti da dei media colonizzati, utilizzando le informazioni e il concetto di verità un po’ come vi è più comodo. Non siete onesti, perché dovreste ammettere la dialettica e fare uno, cento, mille passi indietro.

Non siete necessariamente stupidi, ma questo non vuol dire niente, perché l’intelligenza non serve a nulla di per sé stessa (cfr. Kant). La vostra eventuale intelligenza è stata ammaestrata, imbrigliata e repressa in questi anni; oggi parlate tutti nella stessa maniera, dite pressappoco le stesse cose e non vi rendete conto che la vostra libertà intellettuale è la stessa di un pesce rosso in una boccia.

Siete bigotti, dogmatici ed acritici. Amate l’ipse dixit ancora di più delle minorenni e dei transessuali. Tutto quanto quello che chiude le dissonanze e vi conferma nel vostro disgustoso senso di protezione borghese è ben’accetto, mentre il più piccolo elemento di disturbo è da eliminare. Odiate il diverso, e per questo avete fabbricato teorie, religioni e partiti contro di esso. Amate il prossimo perché è il vostro vicino di casa e fa la vostra stessa vita; amate l’uguale perché non vi mette in crisi. Amate l’uguale perché se vi specchiate in esso non vi sembra di vedere l’enorme fallimento che rappresentante.

Siete la storia dell’Italia: fanfarona, furbetta e doppia. Siete la vergogna dell’Europa, il brutto da confronto, lo scemo del villaggio. Siete conservatori nel senso deteriore del termine, senza distinzione di colore politico: potete essere i più sfegatati comunisti, ma vi sentirete bene solo nel vostro paesello, a salutare le solite persone e a mangiare sempre lo stesso cibo.

Siete così disperatamente ignoranti che non avete mai sentito nominare Monteverdi, Stradella, Salutati, Trissino, Vanvitelli, Piranesi; sapete riempirvi la bocca di Leonardo quando va bene, ma non avete idea di chi fossero Perugino o Lorenzo di Credi.  Anzi, per voi Marco Castoldi, Giuliano Ferrara e Pierluigi Battista sono intellettuali, il Corriere della Sera, Repubblica o Il Giornale sono dei quotidiani rispettabili, Francesco Alberoni è un sociologo di rilievo, Zichichi è uno scienziato, il Papa è un grande intellettuale,  ”Le Iene” o la Litizzetto fanno satira, Galli della Loggia è uno storico, Mussolini era dopotutto uno statista e via dicendo. Una qualunque di queste frasi verrebbe presa come una battuta di cattivo gusto in qualunque paese civile, ma non qui. Perché qui il terreno era fertile per il seme del, nella fattispecie, Berlusconismo. Non che sia tutta colpa di Berlusconi, anzi; avrebbe potuto essere chiunque altro. Bisogna piantarla di dare la colpa solo a Berlusconi se il paese è in queste condizione. Berlusconi è solo uno su cinquantasei milioni. Cinquantasei milioni. Lui è solo il regista, ma voi siete gli attori. Lui è anche uno di voi, e la colpa è vostra collettivamente e singolarmente.

Tutto questo, la politica, la mafia, l’italiano scorretto, la cialtronaggine, i servizi che non funzionano, le tasse troppo alte, i terroni, i polentoni, Roma ladrona, i rifiuti, la crisi idrica, tutto questo lo dovete solo a voi. Non al governo, non al vicino di casa, non a vostro fratello. A voi. A voi e alla vostra irrimediabile stronzaggine. Sapete chi siete, in fondo a quella cosa atrofizzata che si chiamerebbe la vostra coscienza.

Se non vi vergognate, ne siete parte. Se state pensando “io non sono così”, allora siete così. Se pensate che non ci sia nessun problema, siete il problema. E’ così semplice, sul serio.

Io mi vergogno di voi e di quest’Italia che è il vostro specchio. Io non sono come voi e mi rifiuto di esservi assimilato, perché per tutto che siete e avete creato provo solo schifo, schifo, schifo.

Toponomastica

Come già cantavano gli Offlaga Disco Pax, sin dai tempi della Prima Repubblica l’Italia ci ha regalato meravigliosi esempi di toponomastica:
Via Carlo Marx!
Via Ho Chi Minh!
Via Che Guevara!
Via Dolores Ibarruri!
Via Stalingrado!
Via Maresciallo Tito!
Piazza Lenin a Cavriago!
E la grande banca, non più locale, con sede in Via Rivoluzione d’Ottobre!
Intitolazioni tali da far scompisciare dalle risate qualunque persona di buonsenso. Quindi perchè stupirsi della decisione di alcuni amministratori locali di Milano di dedicare una via a Bettino Craxi? Di diverso ordine sono, naturalmente, le considerazioni sull’opportunità di una simile scelta.
Su Craxi sono già stati versati fiumi d’inchiostro, rispetto ai quali non ho granché da aggiungere. Potrebbe però essere utile puntualizzare su un paio di questioni: si è più volte insinuato che Craxi sia stato un “capro espiatorio”, l’unico ad aver pagato per le colpe di una intera classe dirigente. Di questo sono abbastanza convinto, ma ciò non lo rende automaticamente innocente. Anzi. Le due condanne passate in giudicato lo consegnano alla Storia per ciò che è stato: un politico corrotto che è fuggito dinanzi alle proprie responsabilità. Con il coraggio di denunciare il marcio del sistema, certo, ma rimanendo comunque correo. Il fatto che la sua statura politica giganteggi rispetto a certe macchiette del panorama attuale non lo assolve affatto dalle sue colpe e, soprattutto, non dovrebbe essere in sè una ragione sufficiente per dedicargli una strada. Se gli amministratori milanesi desiderano proprio rendere onore ad una figura politica di spicco della Prima Repubblica, potrei suggerire una rosa di nomi che allo Stato hanno dato almeno quanto Craxi, prendendosi in cambio molto meno: Giovanni Spadolini, Enrico Berlinguer, Nilde Iotti.
Ma in realtà molti pensano (e a ragione) che dietro alla sospetta riabilitazione di Craxi ci sia ben più del rendere giustizia alla sua figura di statista. Il destino di Berlusconi è stato per lungo tempo legato a doppio filo a quello di Craxi, ed anche le loro disavventure giudiziarie hanno svariati punti di contatto (tipicamente, la famosa legge Mammì). Per Berlusconi, riabilitare Craxi è un primo passo verso la riabilitazione di se stesso; se, malgrado i suoi crimini, Craxi sarà riconosciuto come un grande statista, significherà che per chi occupa posizioni di potere il fine giustifica i mezzi, e per quante illegalità si possano compiere alla fine si potrà comunque essere ricordati positivamente. Questo è inaccettabile in un Paese democratico: è proprio da chi ricopre incarichi pubblici di rilievo che dovremmo aspettarci una maggiore aderenza alle regole del gioco. Ma Craxi si è sempre battuto per il presidenzialismo e le “mani libere” piuttosto che per il rispetto delle regole e, in ultima analisi, le sue riforme e il suo credo politico hanno semplicemente precorso e reso possibile la situazione odierna. Dobbiamo davvero dirgli grazie?
A questo riguardo, vorrei anzi cogliere l’occasione per avanzare una modestissima proposta: perchè non intitolare invece una strada in ogni città d’Italia all’avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore di banche e servitore dello Stato ligio al proprio dovere al punto da venire ucciso dai killer di Sindona? Il suo fulgido esempio di valore morale ha indubbiamente molto più da insegnare alle giovani generazioni dell’intera esperienza politica di Bettino Craxi. Ad onor del vero, alcune grandi città come Roma e Milano già lo hanno fatto. Chi preferiscono omaggiare nella loro toponomastica gli amministratori locali: un eroe anticorruzione, oppure un corrotto?

Mi hanno fracassato la minchia

  • L’influenza porcella
  • I media italiani (sì, tutti)
  • I supergiovani di lettere e filosofia
  • Le manifestazioni di piazza
  • I Berluscones
  • I Berluscoscettici
  • Gli Euroscettici
  • Beppe Grillo
  • Gli imbecilli
  • I pezzenti
  • Gli indie
  • Gli alternativi
  • Tutti quelli che non hanno mai letto anche uno solo dei seguenti: Yourcenar, Dickinson, Joyce, Hugo, Dostoevskij, Borges, Chesterton, Stevenson, Racine, Montaigne, Proust, Rimbaud, Gracq, Woolf, Shakespeare, Milton, Marlowe, Faulkner, Bradbury, Orwell, Vonnegut, Eugenides, Mallarmé, Didion, Tolstoj, Musil, Hua, Ibsen, Strindberg, Tchekhov, Kafka, Dumas, Duras, Müller, Miller, Simon, Koltès, Beckett, Blanchot, Hölderlin, Voltaire, Nietzsche, Lorca, Celan, Flaubert, Cixous, Lagarce, Lispector, Pessoa, i Murakami, Yoshimoto, Kawabata, Mishima, Omero, Aristotele, Platone, Kant, Bulgakov, Celine, Nabokov, Shiel.
  • Quelli che fanno errori di ortografia
  • Quelli che postano i gruppi Gossip-Girl-based su Facebook
  • Facebook
  • La dilagante minchionaggine su Facebook
  • Chuck Norris
  • Quelli che non sanno parcheggiare
  • Quelli che frenano sui dossi
  • Quelli che non pagano il biglietto perché sono furbi
  • Quelli che non viaggiano in aereo perché hanno paura
  • I tifosi
  • I bimbiminkia
  • Gli adolescenti su internet
  • Le battute sugli “emo”
  • Quelli che vivono in epoca pre-deodorante
  • Gli idioti che vogliono essere intelligenti a tutti i costi
  • Daniela Santanché
  • I supermercati chiusi di mercoledì
  • Gli Italiani
  • Quelli che hanno iniziativa e basta
  • Gli entusiasti&incantati
  • Gli attivisti
  • Il papa, gli ayatollah, i rabbini e compagnia bella
  • Dyo
  • Il crocefisso
  • Lady Gaga
  • Il gel Amuchina
  • Flickr
  • I possessori di Flickr Pro che si credono artisti
  • I Visual Artists che si credono artisti
  • Quelli che si credono artisti
  • Quelli che “la tecnica non importa”+
  • Quelli che guardano film e fanno fotografie perché leggere libri e dipingere è troppo difficile
  • Quellli che cantano perché sembra più facile che suonare un altro strumento
  • Quelli che scrivono come parlano
  • Quelli che credono di saper scrivere
  • Quelli che scrivono cose confuse senza punteggiatura perché sono un sacco profondi
  • Federico Moccia, Morgan, Allevi, Consoli
  • I micropensierini
  • Lammerda, naturalmente
  • Le vongole
  • I leghisti
  • I bambini
  • Le baby-madri
  • Le magliette attillate
  • I cardigan
  • I rayban neri grossi da vista
  • I vostri neologismi del cazzo
  • I blog
  • Questo post.

Buon Natale!

Dopo il Papi, anche il Papa.

Alternativamente, euchessina

Da piccoli prendevate mai l’euchessina? A me piaceva moltissimo perchè sapeva di cioccolato, poi però passavo pomeriggi interi rinchiusa in bagno a cagare anche l’anima; a quindici anni di distanza, mia madre continua beffarda a sfottermi.

La dolce euchessina può essere tranquillamente paragonata ai cosiddetti bipeducci alternativi di oggi, che sembrano deambulare senza sosta tra le zone universitarie italiane: sembrano buoni, in realtà fanno solo cagare.

Solitamente si presentano come personaggi vestiti d’amore e di canapa, di muschio verde e coscienza politica. L’igiene è un must al contrario, si tende a preferire il risparmio d’acqua a favore dell’ampliamento del buco dell’ozono favorito dal puzzo ascellare insistente.

La vestizione dell’alternativo mi ricorda il reggae gelido dei Police: per quanto si sforzino di fare qualcosa di decente, proprio non ce la possono fare. È più forte di loro.

Così ci ritroviamo davanti a questa zuppa ortolana zompettante che accosta i colori più smorti e improbabili ai tessuti più tristi e consumati.

Gli accessori dell’alternativo sono il tabacco sciolto, le cartine, l’ipod da 200 euri, il sacco di canapa arancione/verde oliva/violetto, una trentina di fili legati attorno ai polsi e nominati in qualità di braccialetti dal profondo valore affettivo e spirituale, varia erbetta vagamente identificabile. Ah, non dimentichiamoci i dread. In presenza di un alternativo, vi sconsiglio vivamente di chiamare i suoi capelli annodati “rasta”: potreste venire catalogati come fascisti ignoranti che snobbano la giamaica, bob marley e la maria. Roba da non dormire la notte.

L’alternativo si sforza di avere delle idee politiche, che sono di sinistra perchè sì.

L’alternativo è ambientalista, a parte per quelle all star col pelo di orso polare che tengono così caldo a gennaio, quando si alza il termostato verso i venticinque gradi perchè la canapa si sa, è primaverile.

L’alternativo è politicamente attivo e cerebralmente inattivo, soprattutto nell’ambito dei diritti umani. Spesso è tesserato e iscritto a una decina di associazioni di volontariato e attivismo, dove combatte ogni tipo di discriminazione razziale, sessuale, religiosa.

Si ritrova spesso con i suoi amici per offendere i cattolici, gli etero (se sei alternativo devi essere bi) e i caucasici. Così, per sport.

L’alternativo può ricorrere a metodi estremi pur di ostentare il suo essere environmentally friendly, come ad esempio sciogliere tutte le saponette presenti in casa in acqua calda ed usare la frattaglia per lavare l’amata canapa (ovvero, per non spendere quei tre euro di detersivo).

L’alimentazione dell’alternativo è internazionale, biologica e speziata. Se scaduta, ancora meglio.

La cucina dell’alternativo è essenziale e casuale, le cibarie vengono accostate a seconda del colore e della forma, un po’ come il gioco delle forme da inserire nel cubo che utilizzano gli infanti.

L’alternativo conosce perfettamente l’inglese, ma non riesce davvero a capire perchè abbia fallito per la terza volta il PET. Sarà colpa di Bill Gates, o della regina Elisabetta.

L’alternativo compra l’internazionale e sfoglia le immagini; quando si sente mentalmente pronto, ne può addirittura leggere le didascalie.

In fondo, tenersi un alternativo attorno perchè fa figo è come prendere l’euchessina perchè sa di cioccolato: una cagata pazzesca.