Può sembrare uno strano scherzo del destino dover celebrare il centocinquantenario dell’unità d’Italia proprio in coincidenza con il massimo degrado delle istituzioni politiche e culturali italiane. Ha davvero senso tentare di rispolverare Marsala e Teano, Garibaldi e Cavour in un momento storico in cui di ideali repubblicani si è cessato di parlare da molto tempo, giusto per essere eufemistici? durante i telegiornali ed i dibattiti si discute-a ragione, per carità- di bunga bunga, escort, case di Montecarlo, percolato scaricato illegalmente nel golfo di Napoli, e di tutte le nefandezze e le miserie che lo scenario politico attuale non ci lesina. Ma possiamo ancora farci forza, levando alta la nostra voce e facendo leva sulla circostanza dell’anniversario. Come?
Riscoprendoci patrioti. E non in nome un nazionalismo becero e cieco, o perché l’essere italiani ci renda un qualche modo migliori di altri popoli. Ma esserlo per dimostrare a noi stessi ed al mondo che noi siamo meglio di tutto ciò che quotidianamente vediamo in televisione. Che noi siamo altro, e proprio perché siamo altro non possiamo permetterci di tollerare questa situazione un solo minuto di più. E chiunque osi, in questo contesto impossibile, sostenere le ragioni del berlusconismo o perfino sfoggiare invidia di fronte al suo squallido giro di mignotte è il primo dei nemici da combattere. C’è un intero popolo da rieducare all’etica, un Paese di persone instupidite dalla televisione e schiave dei suoi degradanti modelli culturali. Persone senza un’ambizione che sia degna di questo nome, prive di alcun senso di appartenenza. Appartenenza che non va confusa con il campanilismo territoriale di matrice leghista, la vuota retorica del “padroni a casa nostra”: casa nostra è casa di chiunque scelga di viverci con rispetto, rendendola un luogo migliore. Perché casa nostra non è che una frazione infinitesima ed in sè irrilevante di un mondo ormai globale, con cui dobbiamo fare i conti; ma al contempo questo contesto globalizzato è un’arena in cui possiamo (e dobbiamo!) dire la nostra. Sarebbe un mondo più povero senza il nostro contributo, in nome di tutto ciò che abbiamo dato alla civiltà, e di quello che ancora possiamo dare.
Cavour diceva che, fatta l’Italia, sarebbe stato necessario fare gli italiani, ed è triste constatare che, un secolo e mezzo più tardi, questo non è assolutamente avvenuto. Al Nord si continua a guardare ai meridionali con disprezzo, quando il Meridione potrebbe essere una delle punte di diamante di un’Italia nuova, decisa a conservare con cura ed a mostrare al mondo ciò che di più bello ha da offrire. Ed al contempo il Sud continua ad annegare nel proprio malaffare, tra la presenza asfissiante delle mafie e un ceto politico ridotto a caricatura di Cetto La Qualunque. Davvero meriteremmo di meglio, ma non potremo mai averlo se non siamo disposti ad accettare con ogni fibra del nostro essere una autentica rivoluzione etica. Senza mai più lasciare soli coloro che nel loro piccolo si sono battuti, spesso contro il proprio interesse ed a costo della vita, per salvaguardare i principi basilari che ancora ci consentono di vivere in uno stato di diritto. Uomini come Giorgio Ambrosoli, Marco Biagi, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Luigi Calabresi e tanti altri. Sfortunato il popolo che ha bisogno di eroi, si dice. Eppure a noi non sono mancati.
E allora onoriamoli, quegli eroi. Rendiamo tributo a Garibaldi, un leader come mai più ce ne sono stati nella storia d’Italia, ed a Mazzini, morto nel 1872 in clandestinità senza poter vedere avverato il suo sogno: un’Italia libera e repubblicana. Ma più che onorarli a parole, o con vuote celebrazioni e parate militari, onoriamoli nei fatti. Perché tutto quello per cui loro hanno combattuto, e che noi abbiamo sinora dato erroneamente per scontato, è ora a rischio. E così nel 2011, ad un passo dal traguardo dell’integrazione europea, ci ritroviamo di nuovo trincerati sui fondamentali, a discutere di cose che dovremmo ormai poter dare per scontate: la morale pubblica, la laicità, la dignità della donna. Non possiamo più accettare questo tipo di discussioni.
Non sono né sarò mai un teorico della rivoluzione armata, ma non è insopportabile restare immobili a guardare la dolorosa paralisi di un paese in sfacelo; perché là fuori il mondo non ci aspetta e va avanti senza di noi. Per cui rileggiamoci i Doveri Dell’Uomo, ed appuntiamoci una bandiera italiana sul bavero della giacca. Ed iniziamo a farci sentire, a non accettare più nessuna magagna, nessuna stortura di questo Paese. Non è alzando la voce per i nostri diritti che saremo credibili, ma è alzandola per quelli degli altri; battendoci in nome di un sentire comune, ed attraverso un agire comune. Per un miglioramento di sistema, è necessario che ciascuno sacrifichi il proprio individualistico interesse.
E’ tempo di un nuovo Risorgimento, e che sia la nostra battaglia di civiltà.
Ma io vi parlo d’un tempo in cui, col vostro sudore e col vostro sangue, avrete fondato ai figli una Patria di liberi costituita sul merito, sul bene che ciascun di voi avrà fatto ai suoi fratelli. Fino a quel tempo, voi purtroppo non avete innanzi che una sola via di miglioramento, un solo supremo dovere da compiere : ordinarvi, prepararvi, scegliere l’ora opportuna e combattere, conquistarvi con l’insurrezione la vostra Italia. Allora soltanto potrete soddisfare senza gravi e continui ostacoli agli altri vostri doveri. E allora, mentr’ io sarò probabilmente sottoterra, rileggete queste mie pagine: i pochi consigli fraterni ch’esse contengono vengono da un cuore che vi ama e sono scritti con la coscienza del vero.
Amate, rispettate la donna. Non cercate in essa solamente un conforto, ma una forza, una ispirazione, un raddoppiamento delle vostre facoltà intellettuali e morali.
Cancellate dalla vostra mente ogni idea di superiorità: non ne avete alcuna. Un lungo pregiudizio ha creato, con una educazione disuguale e una perenne oppressione di leggi, quell’apparente inferiorità intellettuale dalla quale oggi argomentano per mantenere l’oppressione. Ma la storia delle oppressioni, non v’insegna che chi opprime si appoggia sempre sopra un fatto creato da lui? Le caste feudali contesero a voi, figli del popolo, fin quasi ai nostri giorni l’educazione; poi dalla mancanza d’educazione argomentarono e argomentano anche oggi per escludervi dal santuario della città, dal recinto dove si fanno le leggi, dal diritto del voto che inizia la vostra missione sociale.
Giuseppe Mazzini

Articolo eccessivamente retorico che lamenta sempre le stesse cose senza tuttavia (ahimè!) dare soluzioni e risposte concrete.
Immagino che nell’ultimo paragrafo ci sia un errore. Secondo la logica del testo, dovrebbe essere insopportabile oppure non sopportabile “restare immobili a guardare la dolorosa paralisi di un paese in sfacelo..”.