Sussidiario Illustrato della Globalizzazione

Ora che questa terribile vicenda FIAT è finalmente conclusa, vorrei provare a darvi una mia visione globale del problema. Devo avvertirvi, NON sarò breve.

Iniziamo ponendoci un paio di domande. E’ vero che nel 2004, quando Marchionne ha preso il timone della FIAT, il Lingotto era sull’orlo del fallimento dopo anni di stagnazione e pessima gestione, ed addirittura -come ha ricordato Chiamparino- sul terreno dove sorge Mirafiori si era progettato di fare un parco di divertimenti? Sì, è vero. Ed è vero che Marchionne ha riportato la FIAT in condizione di essere competitiva mediante la fusione con Chrysler? Possiamo dire, tutto sommato, di sì. “Con i soldi di Obama”, sostengono alcuni, ma in realtà il prestito del governo americano sta già venendo restituito in buona parte. Una prima considerazione quindi, che faccio con assoluto candore, è che senza l’opera di Marchionne il fronte del No oggi probabilmente non avrebbe avuto nessun posto di lavoro da difendere. Non avrebbero avuto bisogno di battersi per la propria dignità: l’avrebbero conservata integra, ma da disoccupati.

Tolta di mezzo questa ingombrante (ma raramente ricordata) questione, veniamo al punto. Personalmente non sono certo assetato del sangue dei metalmeccanici e, credo di poter affermare che neanche Sergio Marchionne lo sia.

Possiamo chiederci: ha fatto errori, il manager italo-canadese col pullover? Moltissimi. Ha completamente sbagliato lo stile di contrattazione, e le sue minacce di escludere la FIOM dalla rappresentanza, anche se ciò fosse legalmente ammissibile, sono esecrabili. Oh, e naturalmente condivido il discorso delle stock options: se fossi in lui, distribuirei quelle di quest’anno agli operai italiani, pensate un po’. Ma c’è da chiedersi se tutto questo cambi di molto la natura del problema. E cioè se la questione posta da Marchionne, quella della produttività, meriti di essere discussa oppure no.

Produttività significa che a Tichy, in Polonia, c’è un impianto in cui viene prodotto lo stesso numero di auto dei cinque stabilimenti FIAT italiani messi insieme, con appena un quarto della forza lavoro impiegata nelle fabbriche italiane. Malgrado questo, con sommo dispiacere dei polacchi, Marchionne ha comunque deciso di riportare in Italia, a Pomigliano, la produzione della Panda, in un impianto che è certamente più costoso e meno efficiente di quello di Tichy. Con questo non è mia intenzione suggerire che i nostri operai dovrebbero lavorare in condizioni “polacche”. Tutt’altro. Se confrontate la produttività per addetto delle fabbriche tedesche (o perfino francesi!), spesso prese a modello dai sindacati, noterete che sono significativamente più alte della media italiana. In Germania, ciò è stato frutto di discussioni e lotte fra azienda e sindacati, i quali alla fine hanno riconosciuto la necessità di un sacrificio collettivo per poter far fronte alla concorrenza internazionale. Malgrado la manifesta overcapacity, non hanno ridotto la produzione nè hanno chiuso le fabbriche. E noi oggi possiamo fare lo stesso, anche se sarebbe molto più semplice (ed economicamente conveniente!) disinvestire e mandare tutti a casa.

Un modello di fabbrica efficiente è -lo ripeterò ad nauseam- assolutamente necessario anche solo per poter tentare di competere sulla scena internazionale. In mancanza di questo, nessuno avrebbe ragione di investire su FIAT: nè la dirigenza nè tantomeno gli investitori in Borsa.

Il che mi porta ad un’altra questione di capitale importanza: quella degli investimenti. E’ un fatto noto che l’Italia non riesce ad attrarre investimenti esteri. So much so, che dei 2000 miliardi investiti da imprese americane in Europa nel 2009, 470 sono andati in Olanda, 470 in Inghilterra, 116 in Germania, 86 in Francia, 50 in Spagna. E in Italia? 31,5 miliardi, la meta’ di quelli del Belgio, malgrado l’Italia abbia un costo del lavoro più basso di tutti i paesi che ho finora menzionato. Questo accade per almeno tre motivi: la mancanza di infrastrutture ed incentivi, la burocrazia soffocante e l’inaffidabilità della forza lavoro. Dover trattare con svariati sindacati che non solo sono in disaccordo ma sono anche in lotta perenne fra loro rende la vita difficile agli imprenditori, e probabilmente non serve neanche gli interessi dei lavoratori. E così gli investimenti vanno altrove.

A mio modo di vedere, quindi, è tempo che il sindacato inizi a preoccuparsi non solo di come conservare i posti di lavoro, ma anche di come far sì che ne vengano creati dei nuovi. La FIOM ha conservato i metodi tipici di un periodo in cui l’economia era sostanzialmente industriale, e la finanza e la globalizzazione erano ancora concetti molto lontani. Allora, il “nemico” era il capitale. Oggi, il “nemico” è fuori, e capitale e lavoro devono essere messi in condizione collaborare per sopravvivere. Ma a causa di mancanze da ambo le parti non ne siamo stati capaci, e così la concorrenza estera ci sta sfilando il tappeto da sotto i piedi. Sia chiaro: gli industriali hanno la loro parte di responsabilità, e le loro mancanze sono spesso state enormi e non scusabili. La prima colpa della FIAT è stata quella di avere accettato per decenni la propria condizione di azienda mediocre, rifiutando competitività, investimenti e innovazione in cambio di una tranquilla sopravvivenza a base di sussidi statali. Bisogna essere ciechi per non vederlo. Ma bisogna essere altrettanto ciechi per non vedere il cambiamento di rotta che Marchionne, con tutti i suoi difetti, ha impresso alla FIAT. I sindacati americani hanno riconosciuto l’ottimo lavoro fatto su Chrysler (http://tinyurl.com/4cjr77k), e così Obama. Non c’è ragione per cui un rapporto tanto idillico non possa esistere anche in Italia. I sindacati devono essere messi in grado di contribuire in modo attivo alla guida dell’azienda, così come avviene negli Stati Uniti, ma perché ciò possa avvenire è necessario prendano coscienza del contesto globale in cui un’azienda come FIAT oggi deve operare.

In chiusura, desidero togliermi qualche sassolino dalla scarpa. Per avere sostenuto le posizioni sopra esposte, nel corso di lunghissime discussioni mi sono sentito chiamare, tra le altre cose: squadrista, fascista, servo del padrone e bugiardo. Lasciate quindi che io aggiunga un paio di cose.

Il motivo per cui non vedo sollevazioni di popolo a fianco dei metalmeccanici è che essi ormai si battono per dei diritti che quelli della mia generazione non solo non hanno, ma che probabilmente neppure avranno mai. I giovani sono l’esempio più lampante, ma non l’unico. Ci sono le partite IVA alla canna del gas, come il piccolo imprenditore del Veneto che a causa della crisi si è suicidato per la vergogna di non poter più mantenere la propria famiglia. Gli impiegati dei call center, che lavorano a chiamata senza lo straccio di un diritto. Queste persone non hanno nè voce nè rappresentanza, e nessuno che le difenda, eppure il loro dramma -che sarà presto anche il nostro- non va sui giornali, passa quasi completamente sotto silenzio ed è destinato ad erodere le fondamenta del Paese, come ha ricordato Napolitano. Il sindacato è stato lasciato solo perchè rappresenta una quota della popolazione sempre più minoritaria: quella con dei diritti da difendere. Io personalmente non ne ho. E voi?

Vorrei anche ricordare anche le maestranze italiane del siderurgico e del tessile che in questi anni, all’insaputa di molti, hanno sopportato il peso della globalizzazione e della concorrenza cinese accettando ritmi di lavoro anche peggiori di quelli dei metalmeccanici, con eguale dignità e senza scatenare il circo politico e mediatico che la vertenza FIAT ha provocato. Tutte queste questioni sono quotidianamente sotto i nostri occhi, ma in qualche modo ci indignano meno di dieci minuti di pausa tolti ad un pugno di metalmeccanici. Che, sia chiaro, hanno il diritto di opporsi perché l’accordo li penalizza e li costringe a lavorare più duramente (anche se con una compensazione aggiuntiva), ma sono comunque fortunati.

Sì, avete capito bene. Fortunati. Perché il nostro benessere si fonda sulla miseria, sul sangue e sul sudore di milioni di lavoratori del Terzo Mondo, in buona parte cinesi. Alle anime belle vorrei ricordare che siamo tutti colpevoli, perché il nostro sistema è basato su uno sfruttamento piramidale dei più poveri di noi. Quando acquistate qualcosa, vi fermate mai a leggere l’etichetta per controllare dove viene prodotto, e da chi? La vostra maglietta nuova, magari. O il vostro cellulare, o le scarpe che indossate, o semplicemente i calzini che avete ai piedi. Se sull’etichetta leggete “Made in China”, o “Made in Bangladesh”, o similari, è probabile che ciò che avete appena acquistato venga da uno sweatshop in cui i lavoratori vengono fatti produrre a ritmi disumani per un tozzo di pane e senza alcun tipo di tutela. Di ironico in tutto questo c’è che, con il vostro acquisto, voi state di fatto legittimando queste pratiche. Del resto, come biasimarvi? Costava poco, e magari neppure vi siete preoccupati di chi produce ciò che avete acquistato, e di come venga prodotto. Forse credevate di non avere alternative. Ma in ogni caso la vostra indignazione per le condizioni di lavoro in FIAT non è particolarmente giustificata, visto che quelle persone ucciderebbero per avere i salari e le condizioni di lavoro di Mirafiori.

Non vi sentite colpevoli? Dovreste. Io mi sento in colpa ogni giorno. Ma come si dice, lontano dagli occhi lontano dal cuore, e forse quelle persone sono troppo distanti dal vostro sentire perché possano indurvi pietà. Non li avrete mai davanti agli occhi, dunque perché curarsi di loro? Tra l’altro, è materialmente impossibile passare anche una sola settimana senza acquistare qualcosa che non sia prodotto in Cina, o in un altro paese del Terzo Mondo. Siamo praticamente obbligati a sfruttarli, e la loro sofferenza non ha meno dignità della nostra. Anzi.

Ad ogni modo, una giustizia esiste, e tutto è destinato ad avere conseguenze. La loro fame e la loro miseria oggi ci nutrono, ma al contempo ci distruggono. Che vi piaccia o no questo è il futuro che ci attende, e sapete una cosa? Sta venendo a prenderci. Perché acquistando i loro beni inconsapevolmente li arricchiamo, impoverendo noi stessi, come è giusto che sia. Così facendo, spezzandosi la schiena, stanno conquistando livelli di benessere sempre maggiori, naturalmente a spese del nostro, di benessere. Nella Storia non si arretra mai, si avanza soltanto. Per cui l’accordo di Mirafiori, nel ridurre i diritti dei lavoratori, non li riporta “indietro di cento anni”. Ci avvicina semplicemente ad un futuro in cui le condizioni di lavoro di chi produrrà beni materiali di largo consumo convergeranno ad una media fra le nostre condizioni attuali e le condizioni attuali in Cina. E noi possiamo solo ritardare, ma non arrestare, questo esito inevitabile.

Da questo punto di vista, ostinarsi a produrre in Italia è quasi eroico. E per lo stesso motivo, trincerarsi a difesa dell’esistente, pur essendo comprensibile, è quantomeno assai miope. Meglio lavorare insieme ad un nuovo modello di sviluppo in cui capitale e lavoro possano collaborare per produrre tutto ciò che non può essere prodotto in uno sweatshop.  Turismo. Cultura. Arte. Capitale umano. Cibo. Made in Italy. Tecnologia avanzata. Formazione. Nel lungo periodo, l’Italia non potrà aspirare ad essere un paese industriale, ma nel medio termine, non possiamo che fare ricorso a tutti gli strumenti in nostro possesso per tentare di rimanere competitivi, attraendo investimenti e creando le condizioni per uno sviluppo differente.

Se ciò non avverrà, nel deserto che avrete creato sarete liberi di godervi tutti i diritti per cui vi siete tanto faticosamente battuti negli anni, come l’ultimo giapponese della celebre storiella, nell’indifferenza generale di un mondo che nel frattempo è andato avanti senza di voi.

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