Oggi voglio raccontarvi una favola che ho sentito da qualche parte. Immaginiamoci prima di tutto il protagonista: è un uomo vecchio, ma gioviale; affaticato, ma ospitale; ricco, ma generoso. Vive in un enorme castello e, non ostante una corte sterminata, si sente molto solo. Ha speso la sua intera vita ad accumulare una fortuna che non vuole veramente spendere, perché lui è ormai diventato la sua “roba”; negli ultimi anni, quelli della vecchiaia, tutto quello a cui si è dedicato è stata la difesa del suo patrimonio. Ha messo insieme un piccolo esercito che ha guidato numerose volte alla vittoria. Tuttavia l’età e la tempra gli hanno progressivamente impedito di combattere in campo aperto contro i suoi nemici e contro i ladri (temiamo i nostri simili), cosicché il Signore ormai non guida più le cariche, ma lo fanno per lui i suoi due luogotenenti.
Di loro il Signore manca di fiducia in misura eguale, perché sa che diventeranno dei diadochi. Le loro continue tensioni e la loro sete di potere lo stancano, ma tuttavia non è impaurito: singolarmente sono entrambi meno forti di lui, e le loro personalità sono opposte in maniera tale da impedire un’alleanza. Ciò che invece lo preoccupa (oltre ai nemici) è il malcontento che nella corte si respira: per difendersi dagli attacchi e per molti altri scopi, non ha mai esitato nel far uso di menzogne, talvolta anche esagerate. C’è a questo punto da dire che la corte è sostanzialmente bipartita quanto all’opinione sul suo Signore: taluni pensano che si tratti di un indiscutibile dio in terra, altri lo ritengono un uomo gretto e menagramo. Di certo, anche tra i sostenitori, c’è del malcontento dovuto all’evidente disattenzione che il Signore ha posto nella gestione della sua corte, concentrato com’è sulla guerra contro i suoi ineffabili nemici.
Non ostante questo, il culto della sua personalità instillato nei sudditi in molti anni, ha contribuito a mantenere stabile la situazione nei molti anni passati. Complice però la vecchiaia, un misto di rassegnazione e delirio di onnipotenza, negli ultimi mesi il Signore ha iniziato a perdere ogni freno inibitorio: su tutti i piaceri, quello per la carne è il suo vizio principale. Ha preteso e ottenuto di giacere con le ragazze più giovani e belle della corte, promettendo loro i doni più svariati, senza più nessun pudore. Saputo questo, loschi figuri della corte hanno offerto a lui le loro donne per ingraziarselo ed ottenere vantaggi, talvolta succedendo, altre volte causando un malcontento presto placato (il malcontento è sempre presto placato, perché il Signore controlla tutto).
Il temperamento di quel piccolo, singolare brandello di umanità è degno di nota: i cortigiani sono uomini dediti al culto del denaro, senza alcuna educazione ad esso. Grazie anche agli occhi chiusi del Signore, che si cura solo della sua roba, si è creato tra di essi un intricato e parallelo sistema di leggi basate sul denaro. Molti di loro non hanno mai lasciato le mura, perché hanno sentito che fuori sarebbero degli uomini nulli; altri ritornano con racconti terribili del mondo esterno. E’ una doppia schiavitù che li lega alla corte: quella per il denaro e quella per la famiglia estesa che il denaro ha costruito.
Ebbene, accade che in un giorno funesto un protetto del Signore uccide pubblicamente un uomo. Il popolo, com’è rito, reclama la sua testa, ma il Signore, trattandosi di un suo protetto, dichiara che il crimine è nullo e che nessun delitto è stato commesso. Alcuni cortigiani notano che contemporaneamente all’annuncio, il ponte levatoio si è aperto. Ai pochi che vogliono andarsene, è concesso. Tutti gli altri ritengono che una piccola ingiustizia sia un prezzo non troppo caro da pagare per vivere in quella corte a suo modo fiorente. Il Signore ha vinto la sua dimostrazione di forza, dimostrando a tutti che il suo potere è anche sulle leggi. Quanto ancora durerà il suo dominio è impossibile da dire, perché la sua morte lascerà ad un popolo inetto o corrotto la guida di sé stesso; le conseguenze potrebbero essere secolari.
“Chi partecipa al male senza porvi rimedio non è migliore di chi lo commette.”
La storia vi giudicherà.
