1) Focus sull’università pubblica
E’ di primaria importanza che il governo destini le sue già scarse risorse al finanziamento delle università pubbliche. Le università private non dovrebbero ricevere alcun tipo di finanziamento dallo Stato, tanto più che il loro status giuridico consente loro di operare in libertà sul livello delle rette, e di ottenere finanziamenti esterni.
2) Rimozione dei vincoli sulle rette
Come ha scritto Margherita Hack in una sua bozza di riforma, che in gran parte condivido:
Occorre che i costi di iscrizione e frequenza siano adeguati all’importanza di quello che i docenti trasmettono agli studenti. Oggi, le tasse universitarie sono minime, al massimo possono raggiungere i 1,500 € l’anno, e questo dimostra la poca importanza che si da’ alla cultura e alla ricerca. In molti casi, sono pari alla metà o a un terzo di quanto una famiglia decide di spendere per le ferie. Io ritengo che le tasse universitarie, come le tasse sul reddito, debbano essere commisurate alle entrate delle famiglie dello studente: molto più alte delle attuali per le famiglie benestanti, borse di studio per gli studenti meritevoli provenienti da famiglie a basso reddito e, inoltre, ampia disponibilità di prestiti d’onore bancari a basso tasso di interesse per gli studenti. Saranno questi ultimi a volersi laureare in corso per non perdere il diritto al prestito e trovare un lavoro in tempi brevi per iniziare a ripagare il debito.
L’attuale sistema di fasciazione va quindi mantenuto, alzando però al contempo il livello generale della tassazione. Questo per un duplice motivo: da un lato il maggior afflusso di fondi, se correttamente gestito, potrà consentire un aumento generalizzato della qualità didattica. D’altro canto, servirà anche a ricordare agli studenti ed alle loro famiglie che lo studio è un investimento su se stessi, e che pertanto esso comporta sacrifici: ciò fornirà un incentivo a completare gli studi in tempi più rapidi.
3) Introduzione di manager accademici e riforma della governance
L’Università pubblica deve operare secondo criteri di efficienza, trasparenza e, più in generale, buona amministrazione contabile. Deve altresì perseguire una strategia di miglioramento costante sia sul fronte della didattica che su quello della ricerca. Sarebbe quindi opportuno introdurre, così come avviene in tutte le realtà universitarie di maggiore successo all’estero, figure manageriali vere e proprie (per quanto di provenienza accademica) che lavorino in base a specifici KPI (Key Performance Indicators): qualità della didattica, numero di pubblicazioni e brevetti e loro impatto, ranking internazionali. Se gli obiettivi saranno raggiunti o superati, il dirigente sarà premiato; diversamente potrà essere punito o addirittura rimosso.
4) Numero chiuso e verifica della preparazione in ingresso
Uno dei grandi drammi dell’università italiana consiste nel fatto che spesso gli studenti si immatricolano con dei grossi deficit di preparazione, che devono poi essere colmati, spesso col risultato di un evidente abbassamento del livello didattico.
La questione è evidentemente complessa: da un lato, occorre garantire che chiunque voglia intraprendere un percorso di studio universitario possa farlo. D’altro canto, sarebbe opportuno garantire una certa selettività nell’accesso ai corsi di laurea, al fine di salvaguardare la qualità della didattica per coloro che effettivamente ne fruiranno. Per questi motivi, credo sia necessario introdurre un certo livello di segmentazione nel panorama universitario italiano. Propongo l’introduzione di un test standardizzato che verifichi le abilità logiche, matematiche e verbali di chi intende iscriversi all’università. Ad un test generale (sul modello del SAT americano) potrebbero poi essere affiancati test specifici relativi all’ambito di studio desiderato (scienze naturali, matematica, arte e letteratura, ecc.). Sempre secondo un modello anglosassone, lo studente maturando invierebbe alle Università un dossier che includa i voti ottenuti e le materie studiate durante le superiori, i risultati dei test standardizzati, le attività extracurriculari rilevanti.
Sulla base delle candidature pervenute, ciascuna università potrà selezionare quali candidati accettare e quali respingere, in base a linee guida stabilite internamente. Lo studente deciderà poi a quale, tra le università che abbiano accettato la sua immatricolazione, vorrà iscriversi. Ciò genererà inevitabilmente una differenziazione in qualità delle istituzioni accademiche: alcune università diverranno di prima fascia (Tier 1), specializzandosi nell’attrarre profili eccellenti; esse saranno caratterizzate da elevate tasse e una migliore qualità della didattica. Viceversa, altri atenei si rivolgeranno a studenti un po’ meno brillanti, richiederanno minori contributi e saranno caratterizzati da una qualità didattica leggermente inferiore. Questa differenziazione in Italia avviene già nella pratica con le università private, e in molti Paesi del mondo vale anche per quelle pubbliche (vedi Oxford e Cambridge). Il valore legale dei titoli di studio andrà poi abolito: trattasi di un semplice artificio per rendere omogeneo ciò che omogeneo non è. Eliminarlo potrebbe anche dare avvio ad una sana competizione fra atenei, attualmente quasi inesistente.
5) Internazionalizzazione
Lo studio della lingua inglese non è, a mio parere, sufficientemente approfondito nelle università italiane. Prendendo esempio dall’Università Bocconi di Milano, si potrebbe esigere che almeno gli studenti che intendono proseguire gli studi con una laurea specialistica/magistrale sostengano con profitto uno dei molti esami internazionali di lingua inglese, come il TOEFL o gli esami Cambridge (FCE, CAE, CPE). Inoltre, sarebbe opportuno che le lauree di secondo livello delle materie che potrebbero avere appeal sugli studenti stranieri (economia, ingegneria, alcune branche di giurisprudenza) fossero interamente in lingua inglese, visto che la didattica in italiano costituisce, ad oggi, la principale barriera all’afflusso di studenti stranieri nel nostro paese. Nei paesi scandinavi le lauree di primo livello sono in lingua locale, ma la quasi totalità delle lauree di secondo livello sono in lingua inglese. Perché non possiamo fare lo stesso?
Per favorire l’afflusso di studenti graduate dall’estero, sarebbe inoltre cosa buona e sacrosanta eliminare quel reperto archeologico che è l’esame di dottorato, e sostituirlo con un concorso per titoli (magari supportato da test standardizzato tipo GRE).
6) Taglio dei corsi di laurea inutili e delle sedi decentrate
Il modello dell’università sotto casa è destinato a fallire, poiché esso sembra servire primariamente a soddisfare il desiderio di cattedre dei baroni più che ai reali bisogni degli studenti. I poli decentrati drenano risorse preziose e annacquano la qualità. Inoltre, trovo giusto che i giovani vivano l’esperienza del trasferirsi in una città universitaria, trovandosi spesso per la prima volta soli e lontani da casa, come parte integrante del loro sviluppo formativo e culturale. Oh, e magari eliminiamo buona parte dei corsi di laurea “creativi” sviluppatisi negli ultimi anni. Abbiamo davvero bisogno di qualcosa come 3000 tipi di laurea diversi, fra cui spiccano “Scienze del Fiore”, “Igiene e Benessere del Cane e del Gatto” e “Ortofrutticultura internazionale”? Ma soprattutto, serve una laurea per occuparsi di queste cose?
7) Riforma della didattica
Last, but not least! Questo è in realtà il punto cardine.
Non svelo grandi verità se dico che le aule affollate con centinaia di frequentanti non costituiscono certamente un ambiente ottimale di apprendimento. Alla stessa maniera, l’esame orale studiato ripetendo a pappagallo centinaia di pagine, che magari si dimenticheranno in capo ad una settimana, non è il modo più efficiente di accertare le conoscenze. E allora? E allora mettiamo un tetto massimo al numero di studenti per classe: al di là dei corsi di base, sarebbe bene che ogni corso non avesse più di 30 studenti. E poi? E poi utilizziamo assistenti e studenti di dottorato per gestire gruppi di discussione e sessioni aggiuntive di esercitazione. Facciamo esami scritti, con prove parziali ben definite che valgano almeno un terzo del voto finale. Ma soprattutto introduciamo la frequenza obbligatoria, e rafforziamola con homework settimanali che contribuiscano a formare il voto finale. Coinvolgiamo gli studenti, rendiamoli parte integrante ed attiva dell’esperienza didattica, piuttosto che fargliela subire passivamente in rumorose aule-anfiteatro. Facciamo comprendere loro che l’università è conoscenza attiva ed interattiva da condividere. Questo richiederà fondi, naturalmente, ed è uno dei motivi per cui occorre elevare i livelli di tassazione, razionalizzare i costi ed eventualmente aumentare gli stanziamenti statali, se necessario. Una qualità didattica di questo livello nel lungo periodo giustificherebbe qualsiasi investimento.
Ma soprattutto eliminiamo gli appelli multipli, vera piaga del sistema universitario italiano. Se la frequenza è obbligatoria, un appello alla fine del corso è più che sufficiente, specie quando prove in itinere e homework potrebbero contribuire (come spesso accade in America) a formare per due terzi il voto finale. Avremo studenti che si laureano in corso, ridurremo i costi relativi agli studenti in ritardo di carriera e potremo finalmente puntare ad un’università snella, produttiva ed efficiente.
E quel giorno, quando vedrete la classifica dell’ARWU o del Financial Times, potrete stare certi che vi troverete ben più di un’università italiana, e soprattutto molto più in alto del 147° posto, che è la posizione più elevata occupata da un ateneo italiano (Bologna) nel ranking FT di quest’anno.
Se come me pensate che il 147° posto mal rappresenti un Paese che, malgrado tutto, è fra i principali dieci del mondo, non rimane che rimboccarsi le maniche.

I punti 6 e 7 sono parzialmente contraddittori. Come si puó ridurre il numero delle sedi e degli studenti per classe contemporaneamente?
Inoltre avvocare il trasferimento degli studenti in una cittá nuova é bello quanto si vuole, ma i campus statunitensi sono luoghi spesso parecchio inadatti alla maturazione intellettuale dei giovani, che adottano un modello assai festaiolo tranne a stretto ridosso della sessione d’esami.
A parte questa nota, il resto é parecchio condivisibile!
Youre totally right on this piece
Thankfully some bloggers can write. Thank you for this read!!