Puntini sulle i

Un nuovo risorgimento

Può sembrare uno strano scherzo del destino dover celebrare il centocinquantenario dell’unità d’Italia proprio in coincidenza con il massimo degrado delle istituzioni politiche e culturali italiane. Ha davvero senso tentare di rispolverare Marsala e Teano, Garibaldi e Cavour in un momento storico in cui di ideali repubblicani si è cessato di parlare da molto tempo, giusto per essere eufemistici? durante i telegiornali ed i dibattiti si discute-a ragione, per carità- di bunga bunga, escort, case di Montecarlo, percolato scaricato illegalmente nel golfo di Napoli, e di tutte le nefandezze e le miserie che lo scenario politico attuale non ci lesina. Ma possiamo ancora farci forza, levando alta la nostra voce e facendo leva sulla circostanza dell’anniversario. Come?

Riscoprendoci patrioti. E non in nome un nazionalismo becero e cieco, o perché l’essere italiani ci renda un qualche modo migliori di altri popoli. Ma esserlo per dimostrare a noi stessi ed al mondo che noi siamo meglio di tutto ciò che quotidianamente vediamo in televisione. Che noi siamo altro, e proprio perché siamo altro non possiamo permetterci di tollerare questa situazione un solo minuto di più. E chiunque osi, in questo contesto impossibile, sostenere le ragioni del berlusconismo o perfino sfoggiare invidia di fronte al suo squallido giro di mignotte è il primo dei nemici da combattere. C’è un intero popolo da rieducare all’etica, un Paese di persone instupidite dalla televisione e schiave dei suoi degradanti modelli culturali. Persone senza un’ambizione che sia degna di questo nome, prive di alcun senso di appartenenza. Appartenenza che non va confusa con il campanilismo territoriale di matrice leghista, la vuota retorica del “padroni a casa nostra”: casa nostra è casa di chiunque scelga di viverci con rispetto, rendendola un luogo migliore. Perché casa nostra non è che una frazione infinitesima ed in sè irrilevante di un mondo ormai globale, con cui dobbiamo fare i conti; ma al contempo questo contesto globalizzato è un’arena in cui possiamo (e dobbiamo!) dire la nostra. Sarebbe un mondo più povero senza il nostro contributo, in nome di tutto ciò che abbiamo dato alla civiltà, e di quello che ancora possiamo dare.

Cavour diceva che, fatta l’Italia, sarebbe stato necessario fare gli italiani, ed è triste constatare che, un secolo e mezzo più tardi, questo non è assolutamente avvenuto. Al Nord si continua a guardare ai meridionali con disprezzo, quando il Meridione potrebbe essere una delle punte di diamante di un’Italia nuova, decisa a conservare con cura ed a mostrare al mondo ciò che di più bello ha da offrire. Ed al contempo il Sud continua ad annegare nel proprio malaffare, tra la presenza asfissiante delle mafie e un ceto politico ridotto a caricatura di Cetto La Qualunque. Davvero meriteremmo di meglio, ma non potremo mai averlo se non siamo disposti ad accettare con ogni fibra del nostro essere una autentica rivoluzione etica. Senza mai più lasciare soli coloro che nel loro piccolo si sono battuti, spesso contro il proprio interesse ed a costo della vita, per salvaguardare i principi basilari che ancora ci consentono di vivere in uno stato di diritto. Uomini come Giorgio Ambrosoli, Marco Biagi, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Luigi Calabresi e tanti altri. Sfortunato il popolo che ha bisogno di eroi, si dice. Eppure a noi non sono mancati.

E allora onoriamoli, quegli eroi. Rendiamo tributo a Garibaldi, un leader come mai più ce ne sono stati nella storia d’Italia, ed a Mazzini, morto nel 1872 in clandestinità senza poter vedere avverato il suo sogno: un’Italia libera e repubblicana. Ma più che onorarli a parole, o con vuote celebrazioni e parate militari, onoriamoli nei fatti. Perché tutto quello per cui loro hanno combattuto, e che noi abbiamo sinora dato erroneamente per scontato, è ora a rischio. E così nel 2011, ad un passo dal traguardo dell’integrazione europea, ci ritroviamo di nuovo trincerati sui fondamentali, a discutere di cose che dovremmo ormai poter dare per scontate: la morale pubblica, la laicità, la dignità della donna. Non possiamo più accettare questo tipo di discussioni.

Non sono né sarò mai un teorico della rivoluzione armata, ma non è insopportabile restare immobili a guardare la dolorosa paralisi di un paese in sfacelo; perché là fuori il mondo non ci aspetta e va avanti senza di noi. Per cui rileggiamoci i Doveri Dell’Uomo, ed appuntiamoci una bandiera italiana sul bavero della giacca. Ed iniziamo a farci sentire, a non accettare più nessuna magagna, nessuna stortura di questo Paese. Non è alzando la voce per i nostri diritti che saremo credibili, ma è alzandola per quelli degli altri; battendoci in nome di un sentire comune, ed attraverso un agire comune. Per un miglioramento di sistema, è necessario che ciascuno sacrifichi il proprio individualistico interesse.

E’ tempo di un nuovo Risorgimento, e che sia la nostra battaglia di civiltà.

 

Ma io vi parlo d’un tempo in cui, col vostro sudore e col vostro sangue, avrete fondato ai figli una Patria di liberi costituita sul merito, sul bene che ciascun di voi avrà fatto ai suoi fratelli. Fino a quel tempo, voi purtroppo non avete innanzi che una sola via di miglioramento, un solo supremo dovere da compiere : ordinarvi, prepararvi, scegliere l’ora opportuna e combattere, conquistarvi con l’insurrezione la vostra Italia. Allora soltanto potrete soddisfare senza gravi e continui ostacoli agli altri vostri doveri. E allora, mentr’ io sarò probabilmente sottoterra, rileggete queste mie pagine: i pochi consigli fraterni ch’esse contengono vengono da un cuore che vi ama e sono scritti con la coscienza del vero.

Amate, rispettate la donna. Non cercate in essa solamente un conforto, ma una forza, una ispirazione, un raddoppiamento delle vostre facoltà intellettuali e morali.

Cancellate dalla vostra mente ogni idea di superiorità: non ne avete alcuna. Un lungo pregiudizio ha creato, con una educazione disuguale e una perenne oppressione di leggi, quell’apparente inferiorità intellettuale dalla quale oggi argomentano per mantenere l’oppressione. Ma la storia delle oppressioni, non v’insegna che chi opprime si appoggia sempre sopra un fatto creato da lui? Le caste feudali contesero a voi, figli del popolo, fin quasi ai nostri giorni l’educazione; poi dalla mancanza d’educazione argomentarono e argomentano anche oggi per escludervi dal santuario della città, dal recinto dove si fanno le leggi, dal diritto del voto che inizia la vostra missione sociale.

Giuseppe Mazzini

 

Sussidiario Illustrato della Globalizzazione

Ora che questa terribile vicenda FIAT è finalmente conclusa, vorrei provare a darvi una mia visione globale del problema. Devo avvertirvi, NON sarò breve.

Iniziamo ponendoci un paio di domande. E’ vero che nel 2004, quando Marchionne ha preso il timone della FIAT, il Lingotto era sull’orlo del fallimento dopo anni di stagnazione e pessima gestione, ed addirittura -come ha ricordato Chiamparino- sul terreno dove sorge Mirafiori si era progettato di fare un parco di divertimenti? Sì, è vero. Ed è vero che Marchionne ha riportato la FIAT in condizione di essere competitiva mediante la fusione con Chrysler? Possiamo dire, tutto sommato, di sì. “Con i soldi di Obama”, sostengono alcuni, ma in realtà il prestito del governo americano sta già venendo restituito in buona parte. Una prima considerazione quindi, che faccio con assoluto candore, è che senza l’opera di Marchionne il fronte del No oggi probabilmente non avrebbe avuto nessun posto di lavoro da difendere. Non avrebbero avuto bisogno di battersi per la propria dignità: l’avrebbero conservata integra, ma da disoccupati.

Tolta di mezzo questa ingombrante (ma raramente ricordata) questione, veniamo al punto. Personalmente non sono certo assetato del sangue dei metalmeccanici e, credo di poter affermare che neanche Sergio Marchionne lo sia.

Possiamo chiederci: ha fatto errori, il manager italo-canadese col pullover? Moltissimi. Ha completamente sbagliato lo stile di contrattazione, e le sue minacce di escludere la FIOM dalla rappresentanza, anche se ciò fosse legalmente ammissibile, sono esecrabili. Oh, e naturalmente condivido il discorso delle stock options: se fossi in lui, distribuirei quelle di quest’anno agli operai italiani, pensate un po’. Ma c’è da chiedersi se tutto questo cambi di molto la natura del problema. E cioè se la questione posta da Marchionne, quella della produttività, meriti di essere discussa oppure no.

Produttività significa che a Tichy, in Polonia, c’è un impianto in cui viene prodotto lo stesso numero di auto dei cinque stabilimenti FIAT italiani messi insieme, con appena un quarto della forza lavoro impiegata nelle fabbriche italiane. Malgrado questo, con sommo dispiacere dei polacchi, Marchionne ha comunque deciso di riportare in Italia, a Pomigliano, la produzione della Panda, in un impianto che è certamente più costoso e meno efficiente di quello di Tichy. Con questo non è mia intenzione suggerire che i nostri operai dovrebbero lavorare in condizioni “polacche”. Tutt’altro. Se confrontate la produttività per addetto delle fabbriche tedesche (o perfino francesi!), spesso prese a modello dai sindacati, noterete che sono significativamente più alte della media italiana. In Germania, ciò è stato frutto di discussioni e lotte fra azienda e sindacati, i quali alla fine hanno riconosciuto la necessità di un sacrificio collettivo per poter far fronte alla concorrenza internazionale. Malgrado la manifesta overcapacity, non hanno ridotto la produzione nè hanno chiuso le fabbriche. E noi oggi possiamo fare lo stesso, anche se sarebbe molto più semplice (ed economicamente conveniente!) disinvestire e mandare tutti a casa.

Un modello di fabbrica efficiente è -lo ripeterò ad nauseam- assolutamente necessario anche solo per poter tentare di competere sulla scena internazionale. In mancanza di questo, nessuno avrebbe ragione di investire su FIAT: nè la dirigenza nè tantomeno gli investitori in Borsa.

Il che mi porta ad un’altra questione di capitale importanza: quella degli investimenti. E’ un fatto noto che l’Italia non riesce ad attrarre investimenti esteri. So much so, che dei 2000 miliardi investiti da imprese americane in Europa nel 2009, 470 sono andati in Olanda, 470 in Inghilterra, 116 in Germania, 86 in Francia, 50 in Spagna. E in Italia? 31,5 miliardi, la meta’ di quelli del Belgio, malgrado l’Italia abbia un costo del lavoro più basso di tutti i paesi che ho finora menzionato. Questo accade per almeno tre motivi: la mancanza di infrastrutture ed incentivi, la burocrazia soffocante e l’inaffidabilità della forza lavoro. Dover trattare con svariati sindacati che non solo sono in disaccordo ma sono anche in lotta perenne fra loro rende la vita difficile agli imprenditori, e probabilmente non serve neanche gli interessi dei lavoratori. E così gli investimenti vanno altrove.

A mio modo di vedere, quindi, è tempo che il sindacato inizi a preoccuparsi non solo di come conservare i posti di lavoro, ma anche di come far sì che ne vengano creati dei nuovi. La FIOM ha conservato i metodi tipici di un periodo in cui l’economia era sostanzialmente industriale, e la finanza e la globalizzazione erano ancora concetti molto lontani. Allora, il “nemico” era il capitale. Oggi, il “nemico” è fuori, e capitale e lavoro devono essere messi in condizione collaborare per sopravvivere. Ma a causa di mancanze da ambo le parti non ne siamo stati capaci, e così la concorrenza estera ci sta sfilando il tappeto da sotto i piedi. Sia chiaro: gli industriali hanno la loro parte di responsabilità, e le loro mancanze sono spesso state enormi e non scusabili. La prima colpa della FIAT è stata quella di avere accettato per decenni la propria condizione di azienda mediocre, rifiutando competitività, investimenti e innovazione in cambio di una tranquilla sopravvivenza a base di sussidi statali. Bisogna essere ciechi per non vederlo. Ma bisogna essere altrettanto ciechi per non vedere il cambiamento di rotta che Marchionne, con tutti i suoi difetti, ha impresso alla FIAT. I sindacati americani hanno riconosciuto l’ottimo lavoro fatto su Chrysler (http://tinyurl.com/4cjr77k), e così Obama. Non c’è ragione per cui un rapporto tanto idillico non possa esistere anche in Italia. I sindacati devono essere messi in grado di contribuire in modo attivo alla guida dell’azienda, così come avviene negli Stati Uniti, ma perché ciò possa avvenire è necessario prendano coscienza del contesto globale in cui un’azienda come FIAT oggi deve operare.

In chiusura, desidero togliermi qualche sassolino dalla scarpa. Per avere sostenuto le posizioni sopra esposte, nel corso di lunghissime discussioni mi sono sentito chiamare, tra le altre cose: squadrista, fascista, servo del padrone e bugiardo. Lasciate quindi che io aggiunga un paio di cose.

Il motivo per cui non vedo sollevazioni di popolo a fianco dei metalmeccanici è che essi ormai si battono per dei diritti che quelli della mia generazione non solo non hanno, ma che probabilmente neppure avranno mai. I giovani sono l’esempio più lampante, ma non l’unico. Ci sono le partite IVA alla canna del gas, come il piccolo imprenditore del Veneto che a causa della crisi si è suicidato per la vergogna di non poter più mantenere la propria famiglia. Gli impiegati dei call center, che lavorano a chiamata senza lo straccio di un diritto. Queste persone non hanno nè voce nè rappresentanza, e nessuno che le difenda, eppure il loro dramma -che sarà presto anche il nostro- non va sui giornali, passa quasi completamente sotto silenzio ed è destinato ad erodere le fondamenta del Paese, come ha ricordato Napolitano. Il sindacato è stato lasciato solo perchè rappresenta una quota della popolazione sempre più minoritaria: quella con dei diritti da difendere. Io personalmente non ne ho. E voi?

Vorrei anche ricordare anche le maestranze italiane del siderurgico e del tessile che in questi anni, all’insaputa di molti, hanno sopportato il peso della globalizzazione e della concorrenza cinese accettando ritmi di lavoro anche peggiori di quelli dei metalmeccanici, con eguale dignità e senza scatenare il circo politico e mediatico che la vertenza FIAT ha provocato. Tutte queste questioni sono quotidianamente sotto i nostri occhi, ma in qualche modo ci indignano meno di dieci minuti di pausa tolti ad un pugno di metalmeccanici. Che, sia chiaro, hanno il diritto di opporsi perché l’accordo li penalizza e li costringe a lavorare più duramente (anche se con una compensazione aggiuntiva), ma sono comunque fortunati.

Sì, avete capito bene. Fortunati. Perché il nostro benessere si fonda sulla miseria, sul sangue e sul sudore di milioni di lavoratori del Terzo Mondo, in buona parte cinesi. Alle anime belle vorrei ricordare che siamo tutti colpevoli, perché il nostro sistema è basato su uno sfruttamento piramidale dei più poveri di noi. Quando acquistate qualcosa, vi fermate mai a leggere l’etichetta per controllare dove viene prodotto, e da chi? La vostra maglietta nuova, magari. O il vostro cellulare, o le scarpe che indossate, o semplicemente i calzini che avete ai piedi. Se sull’etichetta leggete “Made in China”, o “Made in Bangladesh”, o similari, è probabile che ciò che avete appena acquistato venga da uno sweatshop in cui i lavoratori vengono fatti produrre a ritmi disumani per un tozzo di pane e senza alcun tipo di tutela. Di ironico in tutto questo c’è che, con il vostro acquisto, voi state di fatto legittimando queste pratiche. Del resto, come biasimarvi? Costava poco, e magari neppure vi siete preoccupati di chi produce ciò che avete acquistato, e di come venga prodotto. Forse credevate di non avere alternative. Ma in ogni caso la vostra indignazione per le condizioni di lavoro in FIAT non è particolarmente giustificata, visto che quelle persone ucciderebbero per avere i salari e le condizioni di lavoro di Mirafiori.

Non vi sentite colpevoli? Dovreste. Io mi sento in colpa ogni giorno. Ma come si dice, lontano dagli occhi lontano dal cuore, e forse quelle persone sono troppo distanti dal vostro sentire perché possano indurvi pietà. Non li avrete mai davanti agli occhi, dunque perché curarsi di loro? Tra l’altro, è materialmente impossibile passare anche una sola settimana senza acquistare qualcosa che non sia prodotto in Cina, o in un altro paese del Terzo Mondo. Siamo praticamente obbligati a sfruttarli, e la loro sofferenza non ha meno dignità della nostra. Anzi.

Ad ogni modo, una giustizia esiste, e tutto è destinato ad avere conseguenze. La loro fame e la loro miseria oggi ci nutrono, ma al contempo ci distruggono. Che vi piaccia o no questo è il futuro che ci attende, e sapete una cosa? Sta venendo a prenderci. Perché acquistando i loro beni inconsapevolmente li arricchiamo, impoverendo noi stessi, come è giusto che sia. Così facendo, spezzandosi la schiena, stanno conquistando livelli di benessere sempre maggiori, naturalmente a spese del nostro, di benessere. Nella Storia non si arretra mai, si avanza soltanto. Per cui l’accordo di Mirafiori, nel ridurre i diritti dei lavoratori, non li riporta “indietro di cento anni”. Ci avvicina semplicemente ad un futuro in cui le condizioni di lavoro di chi produrrà beni materiali di largo consumo convergeranno ad una media fra le nostre condizioni attuali e le condizioni attuali in Cina. E noi possiamo solo ritardare, ma non arrestare, questo esito inevitabile.

Da questo punto di vista, ostinarsi a produrre in Italia è quasi eroico. E per lo stesso motivo, trincerarsi a difesa dell’esistente, pur essendo comprensibile, è quantomeno assai miope. Meglio lavorare insieme ad un nuovo modello di sviluppo in cui capitale e lavoro possano collaborare per produrre tutto ciò che non può essere prodotto in uno sweatshop.  Turismo. Cultura. Arte. Capitale umano. Cibo. Made in Italy. Tecnologia avanzata. Formazione. Nel lungo periodo, l’Italia non potrà aspirare ad essere un paese industriale, ma nel medio termine, non possiamo che fare ricorso a tutti gli strumenti in nostro possesso per tentare di rimanere competitivi, attraendo investimenti e creando le condizioni per uno sviluppo differente.

Se ciò non avverrà, nel deserto che avrete creato sarete liberi di godervi tutti i diritti per cui vi siete tanto faticosamente battuti negli anni, come l’ultimo giapponese della celebre storiella, nell’indifferenza generale di un mondo che nel frattempo è andato avanti senza di voi.

Perché è meglio non mangiare troppe merendine

Io sono un po’ preoccupata.
Sono preoccupata per le persone che, diciamo politicamente, la pensano come me. Cioè quelli che sanno perfettamente di avere idee di sinistra e per i quali Berlusconi, la Lega e quello che ci va dietro sono esattamente al polo opposto di tutto ciò in cui credono e che portano avanti giorno per giorno.

Ora. Con un PD non pervenuto, un Bersani poco credibile, un’Italia dei Valori che per un secondo aveva dato fiducia e che adesso è tornata ad essere un grosso punto interrogativo, mi sono improvvisamente resa conto di una cosa. Che la donna e l’uomo di sinistra italiani, ormai, hanno fatto pace con se stessi e si sono tranquillizzati, avendo finalmente trovato dei nuovi padri e leader, da orfani quali probabilmente si sentivano. Ma li hanno trovati nei posti sbagliati, ovvero tra le righe di un giornale (Travaglio), di un libro e poi sul piccolo schermo (Saviano), in qualche programma di satira (Sabina Guzzanti, Beppe Grillo, Daniele Luttazzi, Ascanio Celestini), a conduzione di un programma televisivo (Dandini, Santoro, o l’ultimo Mentana col nuovo Tg de La Sette).

Non troppi anni fa, nelle serate di un appartamento di sole donne che abbaiavano e ringhivano contro chiunque ammettesse di aver votato per il PDL, ci sentivamo veramente fighe a proclamare tutti loro, o quasi, come i nostri nuovi rappresentanti. Ed eravamo appagate così: andavamo a votare l’unico partito che sembrava potesse darci fiducia, ma, in fondo, perché ci piaceva quello che dicevano loro, che sapevamo avrebbero votato come noi. Ogni volta che uno scrittore, un comico o un attore si erge su un palco e dice qualcosa contro Berlusconi, gli si chiede subito se fonderà un partito. Ormai, politicamente, a sinistra siamo alla frutta e andiamo alla disperata ricerca di qualcuno nelle cui mani mettere il nostro destino. Perché si fa così, negli Stati grandi e popolosi, dove non ci si può più riunire tutti in assemblea a discutere: ci si farappresentare. Solo che se, sì, noi intellettuali col dolcevita nero amiamo chiacchierare la sera, con un bicchiere di rosso in mano, dell’ultimo articolo comparso su “Il Fatto Quotidiano”, o di certo siamo tutti andati a vedere “Draquila” al cinema, questo non basta. Perché è necessario che nelle istituzioni ci sia qualcuno, che sappia fare il suo mestiere perché l’ha studiato e praticato onestamente, che si faccia portavoce, garante ed esecutore dei bisogni nostri e di quello che dicono gli attori e i giornalisti. Che fanno un altro lavoro, non fanno i politici. E invece, in questo Paese, a mettersi contro il ministro dell’Interno sul tema della mafia è stato uno scrittore.

La morale della favola è: stiamo attenti a non farci appannare la vista da queste iniezioni di zuccheri che salgono al cervello e migliorano momentaneamente l’umore, perché passano subito e servono a poco.

The American Dream

Talvolta si attribuisce agli Stati Uniti d’America lo status di democrazia; taluni, specialmente coloro che non si sono mai presi la briga di osservare la molteplice realtà americana da vicino, addirittura usano l’epiteto “più grande democrazia del mondo“. Naturalmente, per chiunque abbia dei minimi rudimenti di storia, filosofia politica e antropologia, affermazioni del genere risultano facilmente imbarazzanti e imbarazzantemente insulse.

Avevo già delineato in un altro articolo le ragioni per cui non credo che il termine “democrazia” si possa, né storicamente né antropologicamente, associare con successo agli Stati Uniti d’America. Ma le mie erano e restano solo le chiacchiere pompose di un ventenne con molto tempo libero; ci sono dei fatti, delle vite e dei nomi a cui invece bisogna rendere tributo in silenzio dopo aver urlato a squarciagola la propria giusta e irrimediabile rabbia.

Asher Brown, Raymond Chase, Tyler Clementi, Billy Lucas e Seth Walsh erano cinque ragazzi che non compiranno più gli anni, perché sono stati uccisi dallo schifoso, nauseante, rivoltante bigottismo che anima gli Stati Uniti della Totale Paranoia. Il più grande di loro aveva diciotto anni, il più piccolo tredici, e di certo nessuna di queste è l’età giusta per morire, tantomeno per morire senza colpa. Tutti e cinque si sono suicidati nel giro di una settimana perché gay e perseguitati, e già questo dovrebbe essere sufficiente per aprire un procedimento internazionale per violazione dei diritti umani, ma per qualche motivo il mondo stava guardando opportunamente da qualche altra parte (il pericolo islamico!).
Però il lupo perde il pelo ma non il vizio, e come se nulla fosse, le dichiarazioni di questo stronzo ci dimostrano l’infinito baratro di inumanità di cui sono capaci gli americani, mentre i corpi di questi ragazzi innocenti non sono ancora freddi.

Non mi dilungherò nemmeno sul fatto che negli Stati Uniti essere gay è ancora qualcosa che può rovinare una carriere, né sulla Chiesa Battista di Westboro; né su Teresa Lewis, l’ultima donna ammazzata da quella macchina infernale ed inarrestabile che è il sistema giudiziario americano. Voglio solo chiedere a tutti voi che chiamate democrazia gli Stati Uniti d’America se questo vi pare un modello nobile; se pensate che ci sia qualcosa di buono in un sistema giudiziario marcio che autorizza ad uccidere; se pensate che ci sia qualcosa da copiare in un sistema scolastico che produce mandrie di rincoglioniti incapaci di interpretare una cartina geografica; se credete che sia una buona idea copiare il disumano sistema sanitario che ti lascia morire se non hai soldi per pagare l’ospedale; se, infine, questo dio a cui gli americani invocano compulsivamente (che immagino sia anche il vostro) sarebbe orgoglioso del loro lavoro. Beh, forse .

Qualcuno dotato di scarsa intelligenza potrebbe obbiettare che gli americani “non sono tutti così“; ovvero, “gli abitanti del paese che si propone come più avanzato del mondo non sono tutti delle ritardate bigotte ignoranti teste di cazzo“.
E vorrei ben vedere! Questa, lungi dall’essere una scusa, è un’obiezione di una stupidità talmente imbarazzante da sconfinare nell’abominevole. La semplice verità è che non c’è nessuna scusa, nessun motivo accettabile per il fallimento così totale del sistema sociale, ad ogni livello. Ha fallito la scuola, hanno fallito i genitori, hanno fallito le autorità, hanno fallito i politici, hanno fallito tutti. Tutte le reti di salvataggio erano bucate e di fronte alla morte non c’è più nessuna scusa da accampare. Solo lacrime da piangere.

Benvenuti nell’incubo americano.

Berlusconiano is the new black

Non sono le grandi accuse, ma i segni minori a scoraggiarmi” dice l’epico Andreotti di Sorrentino. Parimenti, non sono le pompose e sgrammaticate requisitorie di Di Pietro o i molto più pericolosi e misurati discorsi di Fini a farmi sperare che questa abominevole e violentissima spirale autodistruttiva chiamata berlusconismo sia arrivata ormai al collasso.

Quello che mi fa ben sperare sono i segni minori, come questo qui sotto.

Il berlusconismo è una forma mentis che è incompatibile, perché antitetica, con l’intelligenza; quello che permette il suo propagarsi è anche un ambiente fertile in cui la stupidità non sia gestita dal sistema-stato, ma ne sia piuttosto la bandiera. Si sono spese parole d’oro sul “regime mediatico” e io non intendo aggiungervene; quello che mi interessa osservare, invece è come il fenomeno berlusconiano sia impossibile da riprodurre in un organismo sano (un paese in cui le strutture funzionino come dovuto) perché strettamente legato alla devastata situazione socio-culturale che vive l’Italia in questo periodo buio.

Prevedo che le cose miglioreranno, in un modo o nell’altro. E nell’Italia del 2050, “berlusconiano” sarà un insulto di bassa lega come oggi lo è “frescone” o, per quelli che hanno studiato la storia, “fascista”.

Facebook: una distopia.

Un po’ come la lotteria a Babilonia o un piccolo mercato rionale, tutto era iniziato con una certa leggera innocenza. Poi gli utenti (i partecipanti) di The Facebook hanno iniziato a crescere ed è stato necessario rivedere qualche dettaglio minore (il nome, il marketing, il contraddittorio concetto di “privacy”), tuttavia l’Autorità, ancora in nuce, restava nell’ombra; tuttalpiù imponeva qualche cambiamento di tanto in tanto, ma mai nulla a cui non fosse facile rassegnarsi. C’è sempre una componente duplice nel potere: quello che potremmo chiamare il potere attuale, ovvero la possibilità formale di punire qualcuno (perché il potere è un’astrazione della violenza), e la deterrenza, ovvero la minaccia che la punizione possa applicarsi ad ognuno indistintamente. Il potere attuale dell’Autorità, allora, era sostanzialmente solo l’ostracismo.

Ho motivo di credere che, anche in questa prima fase, molti fossero consci della situazione e vi si sottoponessero volontariamente comunque: la propria vita virtuale per avere a portata di mano le vite virtuali di un decimo degli esseri umani di questo pianeta era un baratto in qualche modo attraente. Allora l’Autorità continuava a immagazzinare e trattenere dati come una spugna. Alcuni di essi erano osceni e venivano censurati; tuttavia questo tipo di intervento era di solito chirurgico e raro.

Il primo vero cambio di paradigma si ebbe quando fu concesso agli utenti di scaricare sui propri terminali i loro dati. La portata di questo evento non fu subito evidente: non si trattò, come erroneamente venne intesa, di un’apertura, quanto piuttosto della trasformazione di Facebook da database a servizio. Con una virata inaspettata vennero presto surclassati tutti i provider di servizi allora esistenti. L’Autorità controllava una parte consistente dell’informazione che veniva scambiata ogni giorno.

Il secondo cambio di paradigma di ebbe quando il primo utente pagò per ottenere dall’Autorità la certezza di esistere indefinitamente; a questo punto anche delle rudimentali classi sociali erano istituite, creando un nuovo livello di isomorfismo con la realtà. L’evoluzione in uno schema più complesso ed articolato fu cosa breve e accolta con giubilo.

Poi ci fu la censura. L’oppressione, nel mondo virtuale, coincide con la soppressione, che è anche troppo facile da perpetrare quando il mezzo di comunicazione è anche il fine della stessa. In un mezzo come Facebook la dittatura era una componente strutturale e l’Autorità iniziò a farne un uso soffice, ma irrimediabile.

La terza, e finale, rivoluzione, si ebbe quando l’Autorità si alleò con i governi per collegare l’account con l’identità. In questo modo il potere di ostracismo assunse tutto ad un tratto un nuovo significato, ovvero l’infinito potere di cancellare dalla comunità non tanto gli utenti, ma le persone. L’identità, e con essa le responsabilità, virtuale diventò una declinazione di quella reale. Oggi non c’è più alcuna differenza tra la rete sociale reale e quella virtuale: Facebook è il mondo e il mondo è Facebook, come in un orrendo incubo Hegeliano.

Ancora oggi non è affatto obbligatorio avere un account, come non è obbligatorio avere una carta di identità. Esistono degli apolidi, ma sono tenuti in misero conto. Gli outsider, quelli che si professavano contro la dittatura di Facebook fanno parte di una generazione che oggi non esiste più; per noi, semplicemente, non esiste una scelta, perché nessuno vuole veramente tornare nello stato di natura.

“Se non puoi combatterli, unisciti a loro.” Lavorare per l’Autorità è un privilegio riservato a pochi, ed ha lo stesso prestigio di cui godrebbe un parlamentare od un generale. Esistono anche rappresentanti di istanze locali, che sospetto abbiano l’unico ruolo di gettare umanità negli occhi dei cittadini. Ci sono anche le lotte di potere, i tentativi di scalare la vetta dell’Autorità; tutto però resta segreto e trasparente agli occhi degli utenti, al punto che alcuni addirittura insinuano che essa in realtà non esista.

Le elezioni, e Alberto Sordi

Quando hanno cominciato ad arrivare i primi risultati delle elezioni regionali, ho seriamente pensato che questa volta non avrei potuto scrivere niente, nè commentare in alcun modo. Mi sono sentito ridotto al silenzio. Disarmato. Incapace di comprendere. Che cos’altro – mi sono chiesto – dovrà fare Berlusconi a questo Paese perchè la gente smetta di votarlo? Oh, ha perso consensi, certo. Ma almeno al Nord, molti dei voti che ha perso sono andati alla Lega: un partito che, pur avendo espresso un paio di politici di rilievo, rimane ai miei occhi quello della secessione, delle ronde padane, dei barconi di immigrati da prendere a cannonate, del tricolore trasformato in carta igienica.

Al contempo, dispiace vedere sconfitta (da una pur rispettabile Polverini) una personalità come quella di Emma Bonino, che da quarant’anni si batte per la legalità e perchè gli italiani (e non solo) possano vedere riconosciuti i propri diritti civili. Ma non è di questo che voglio parlare.
Vorrei parlare del brutto film di Alberto Sordi che ho visto questa sera.

http://www.youtube.com/watch?v=blBwU7oYE8o

Vorrei parlare di quelli per cui “rossi e neri sono tutti uguali”. Di quelli per cui non ha senso votare contro il governo, tanto nessuno ci rappresenta. Di quelli che pur non condividendo la politica berlusconiana non vanno a votare, o votano liste fantoccio come quella di Grillo, impedendo di costruire l’alternativa a chi, magari, avrebbe avuto i numeri per farlo.
Di chi poteva fare la differenza e, semplicemente, ha scelto di tirarsi indietro.
Avranno un bel dire, Grillo e i suoi, che il 7% che hanno conseguito in Emilia-Romagna rappresenta una sconfessione del sistema partitico ed un’inversione di tendenza. Bella forza. In Emilia-Romagna l’elettore di centrosinistra può permettersi di votare anche il Partito dell’Amore di Cicciolina e Moana, tanto sa che Errani vincerà comunque. Ed infatti così è stato. Il voto di protesta, in Emilia-Romagna, è pressochè privo di rischi. Può davvero Grillo farsi forte di un risultato simile?

E che dire del Piemonte? Se la metà dei voti del Movimento Cinque Stelle fossero andati a Mercedes Bresso, oggi il Piemonte non sarebbe governato dalla Lega. Prospettiva che, al pari del sottoscritto, i grillini sicuramente trovano entusiasmante.
Qualcuno potrà dire che erano elezioni regionali, e quindi i miei ragionamenti di opposizione politica a livello nazionale non si applicano. Può darsi, ma in un altro Paese. Nel nostro, i candidati governatori giurano tutti insieme nelle mani dell’imperatore da un palco a Roma, rivelandosi in questo come suoi vassalli ed emissari diretti. Che non avranno la libertà di dire no, qualora si rivelasse necessario.

Pensate che la vostra astensione riempirà di remore il centrodestra? Credete che Berlusconi si sveglierà di notte, per il timore di non essere rappresentativo? Vi sbagliate. Berlusconi da oggi, grazie anche al vostro non-voto, è più forte che mai.

Per cui sapete che vi dico? Ve lo meritate, Alberto Sordi. Ci rivediamo fra tre anni.

Barbarism Begins At Home

Le parole sono importanti. Chi parla male, pensa male e vive male. (Nanni Moretti)
Secondo quanto afferma Tullio De Mauro nel suo ultimo libro, addirittura il 70% della popolazione italiana soffre di analfabetismo di ritorno. Quaranta milioni di persone che faticano a comprendere un testo scritto in modo non elementare: dal bugiardino di un medicinale ad una comunicazione bancaria. Non solo: il 61% degli italiani non legge neanche un libro all’anno, ed in termini medi la nostra spesa annuale pro capite in libreria è circa pari al costo di una cena in una trattoria a buon mercato. Ma c’è di più! 21 laureati su cento non riescono ad andare oltre il livello minimo di decifrazione di una pagina scritta, e non sanno produrre un testo minimamente complesso che sia comprensibile e corretto.
Queste statistiche non mi hanno particolarmente sorpreso: l’Italia è – dopotutto – il Paese in cui un libro di barzellette messo insieme da un semianalfabeta (Antonio Cassano) è stato per mesi in testa alla classifica dei libri più venduti. Come direbbe Flaiano, la situazione è grave ma non seria, perchè in Italia nè la cultura nè la mera alfabetizzazione sembrano costituire una priorità. Le persone che non sanno parlare e scrivere in maniera corretta sono, con ogni probabilità, le stesse che non ritengono essenziale l’insegnamento nelle scuole del latino, o della letteratura, o di Petrarca, non realizzando che la povertà lessicale, le carenze grammaticali e la generale mancanza di esposizione a stimoli culturali rappresentano un’impoverimento di ordine superiore rispetto al non saper programmare in Java.
I media, con il loro bombardamento continuo di informazioni, ci inducono in qualche modo a sospendere il nostro giudizio su di esse, elaborandole in maniera passiva. L’apprendimento autentico, invece, è sempre un processo attivo. Per questo leggere è tanto importante: leggendo ci appropriamo attivamente della cultura, la facciamo nostra senza limitarci ad attendere che essa ci venga trasmessa. Scrivendo, poi, impariamo ad elaborare il nostro flusso di pensieri naturalmente disordinato in forma logica, gettando le basi per potere a nostra volta creare cultura. Tutto questo oggi è a rischio di estinzione, e non perchè manchino i mezzi per perpetuare la nostra onorata e millenaria tradizione culturale: semplicemente per inerzia, per la nostra assoluta e non scusabile negligenza. E così nei corsi universitari abbiamo introdotto requisiti di lingua inglese e requisiti di informatica, ma nessuno si è mai preoccupato di introdurre un requisito di lingua italiana, dando i fondamentali erroneamente per scontati. Ne propongo l’introduzione obbligatoria in ogni corso: forse non risolverebbe il problema, ma quantomeno se ne vedrebbero delle belle.
Penso che, arrivati a questo punto, l’alfabetizzazione dovrebbe diventare un dovere morale del singolo, perchè simili livelli di ignoranza nel 2010 non sono scusabili in alcun modo. Un tempo si poteva addurre a giustificazione il fatto di non avere a disposizione un dizionario, un’enciclopedia o un libro di grammatica: oggi, grazie ai potenti mezzi di Internet, tutte queste informazioni sono a portata di mano. Ci sfugge il significato di “apotropaico”? O magari non ricordiamo il passato remoto di “cuocere”? Una semplice ricerca su Google può fornire risposta a tutti i nostri quesiti in meno di un secondo. Perché una volta assolto l’obbligo scolastico, la nostra educazione ed il mantenimento di un livello culturale adeguato sono interamente nelle nostre mani. Anzi, trovo salutare abituarsi a pensare che alla nostra età siamo gli unici responsabili della nostra ignoranza.
Il mio primo pensiero, nel leggere le statistiche, è stato che i barbari sono alle porte. Ma poi ho realizzato che, in questo caso, i barbari sono già salotto, che siedono al nostro fianco. E che anzi, in molti casi siamo noi stessi. Nessuno può concedersi il lusso di chiamarsi fuori.

Allegoria in la minore

Oggi voglio raccontarvi una favola che ho sentito da qualche parte. Immaginiamoci prima di tutto il protagonista: è un uomo vecchio, ma gioviale; affaticato, ma ospitale; ricco, ma generoso. Vive in un enorme castello e, non ostante una corte sterminata, si sente molto solo. Ha speso la sua intera vita ad accumulare una fortuna che non vuole veramente spendere, perché lui è ormai diventato la sua “roba”; negli ultimi anni, quelli della vecchiaia, tutto quello a cui si è dedicato è stata la difesa del suo patrimonio. Ha messo insieme un piccolo esercito che ha guidato numerose volte alla vittoria. Tuttavia l’età e la tempra gli hanno progressivamente impedito di combattere in campo aperto contro i suoi nemici e contro i ladri (temiamo i nostri simili), cosicché il Signore ormai non guida più le cariche, ma lo fanno per lui i suoi due luogotenenti.

Di loro il Signore manca di fiducia in misura eguale, perché sa che diventeranno dei diadochi. Le loro continue tensioni e la loro sete di potere lo stancano, ma tuttavia non è impaurito: singolarmente sono entrambi meno forti di lui, e le loro personalità sono opposte in maniera tale da impedire un’alleanza. Ciò che invece lo preoccupa (oltre ai nemici) è il malcontento che nella corte si respira: per difendersi dagli attacchi e per molti altri scopi, non ha mai esitato nel far uso di menzogne, talvolta anche esagerate. C’è a questo punto da dire che la corte è sostanzialmente bipartita quanto all’opinione sul suo Signore: taluni pensano che si tratti di un indiscutibile dio in terra, altri lo ritengono un uomo gretto e menagramo. Di certo, anche tra i sostenitori, c’è del malcontento dovuto all’evidente disattenzione che il Signore ha posto nella gestione della sua corte, concentrato com’è sulla guerra contro i suoi ineffabili nemici.

Non ostante questo, il culto della sua personalità instillato nei sudditi in molti anni, ha contribuito a mantenere stabile la situazione nei molti anni passati. Complice però la vecchiaia, un misto di rassegnazione e delirio di onnipotenza, negli ultimi mesi il Signore ha iniziato a perdere ogni freno inibitorio: su tutti i piaceri, quello per la carne è il suo vizio principale. Ha preteso e ottenuto di giacere con le ragazze più giovani e belle della corte, promettendo loro i doni più svariati, senza più nessun pudore. Saputo questo, loschi figuri della corte hanno offerto a lui le loro donne per ingraziarselo ed ottenere vantaggi, talvolta succedendo, altre volte causando un malcontento presto placato (il malcontento è sempre presto placato, perché il Signore controlla tutto).

Il temperamento di quel piccolo, singolare brandello di umanità è degno di nota: i cortigiani sono uomini dediti al culto del denaro, senza alcuna educazione ad esso. Grazie anche agli occhi chiusi del Signore, che si cura solo della sua roba, si è creato tra di essi un intricato e parallelo sistema di leggi basate sul denaro. Molti di loro non hanno mai lasciato le mura, perché hanno sentito che fuori sarebbero degli uomini nulli; altri ritornano con racconti terribili del mondo esterno. E’ una doppia schiavitù che li lega alla corte: quella per il denaro e quella per la famiglia estesa che il denaro ha costruito.

Ebbene, accade che in un giorno funesto un protetto del Signore uccide pubblicamente un uomo. Il popolo, com’è rito, reclama la sua testa, ma il Signore, trattandosi di un suo protetto, dichiara che il crimine è nullo e che nessun delitto è stato commesso. Alcuni cortigiani notano che contemporaneamente all’annuncio, il ponte levatoio si è aperto. Ai pochi che vogliono andarsene, è concesso. Tutti gli altri ritengono che una piccola ingiustizia sia un prezzo non troppo caro da pagare per vivere in quella corte a suo modo fiorente. Il Signore ha vinto la sua dimostrazione di forza, dimostrando a tutti che il suo potere è anche sulle leggi. Quanto ancora durerà il suo dominio è impossibile da dire, perché la sua morte lascerà ad un popolo inetto o corrotto la guida di sé stesso; le conseguenze potrebbero essere secolari.

Chi partecipa al male senza porvi rimedio non è migliore di chi lo commette.
La storia vi giudicherà.